08/07/1474la giustizia iberica colpisce dopo la guerra del Portogallo
A Straßburgo (AAP) - La guerra non termina necessariamente quando gli eserciti cessano le loro manovre. Spesso essa cambia forma. Il campo di battaglia è soltanto uno dei teatri nei quali si esercita la volontà politica; quando la forza militare ha raggiunto il proprio obiettivo immediato, lo Stato cerca di consolidare il risultato ottenuto attraverso gli strumenti che gli restano disponibili. È in questa logica che deve essere osservata l’ondata di condanne pronunciate negli ultimi giorni nel Regno d’Aragona e nella Corona di Castiglia e León.
A Calatayud, sotto l’autorità del giudice Turokmz, è stata pronunciata una notevole successione di sentenze contro diverse decine di individui. La ripetizione delle decisioni testimonia meno una serie di casi isolati che la volontà di affrontare un fenomeno collettivo: quello di uomini considerati non più come nemici su un campo di battaglia, ma come partecipanti a un’impresa diretta contro l’ordine costituito.
Anche in Castiglia, la giustizia di Burgos, sotto la magistratura di Elaine.j, segue una linea analoga. Le condanne per alto tradimento colpiscono diversi ex combattenti del conflitto portoghese. Le pene pronunciate, multe, detenzioni e talvolta condanne capitali, traducono un’idea fondamentale: per le autorità , la vittoria militare deve essere accompagnata da una vittoria politica.
La guerra è un atto di volontà destinato a imporre una decisione all’avversario. Tuttavia, la decisione militare ottenuta in Portogallo sarebbe incompleta se le forze sconfitte potessero ricostituirsi, riorganizzarsi o riprendere la propria azione sotto un’altra forma. La distruzione della capacità militare nemica non si arresta dunque alla dispersione degli eserciti; essa comprende anche la neutralizzazione delle reti, dei sostegni e delle fedeltà che ne hanno permesso l’esistenza.
Occorre tuttavia distinguere due dimensioni di questa fase successiva al combattimento. La prima è militare: impedire a un avversario sconfitto di recuperare una capacità offensiva. La seconda è politica: affermare la legittimità dell’ordine ristabilito dalle armi. Così, le aule di giustizia d’Aragona e di Castiglia diventano, a loro modo, un’estensione del fronte portoghese. Là dove i soldati ottengono una vittoria attraverso il movimento e la costrizione, i magistrati cercano ora di produrre una vittoria duratura attraverso la legge.
La guerra, nella sua realtà più profonda, non è soltanto lo scontro degli eserciti. Ben ingenuo è colui che pensa che, avendo conquistato tre incroci nella campagna aperta, un castello e due villaggi, abbia già vinto. La guerra è la lotta delle volontà che prosegue fino a quando una delle parti, attonita, silenziosa, ridotta all’immobilità nelle catene, impiccata ed esposta alle forche patibolari, accetta definitivamente la decisione imposta dall’altra. Le spade si sono momentaneamente abbassate.
La politica, invece, continua la battaglia. Il registro delle condanne assomiglia ormai meno a un ruolo d’udienza che a un inventario di campagna: decine di imputati, qualificazioni identiche, verdetti severi. La formula ritorna incessantemente: «Pena di morte». Per il momento, in Aragona come in Castiglia, i giudici hanno risposto: la guerra continua, ma ha cambiato campo di battaglia. Dopo i villaggi portoghesi, sono ora i tribunali a far risuonare le campane.
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