28/05/1474Portogallo, continua il grande concorso della fanfaronata
A Valladolid (AAP) - C’era un tempo in cui le guerre si vincevano con cannoni, assedi e qualche trattato scarabocchiato alla luce delle candele. Nel 1474, invece, si vincono soprattutto con liste di morti, comunicati altisonanti e campioni della ritirata strategica che corrono più veloci dei cavalli incaricati di inseguirli.
Il fronte portoghese assomiglia ormai meno a una campagna militare che a una fiera ambulante dove ogni campo viene a esibire i propri numeri come un saltimbanco mostra i suoi serpenti. Da una parte, i cronisti dell’Ordine Nero giurano di aver trasformato i dintorni di Chaves in un gigantesco mattatoio franco-iberico, evocando più di duecento vittime e armate intere ridotte allo stato di ricordo amministrativo. Dall’altra, i sostenitori di Lisbona spiegano con aria dotta che le perdite nemiche furono talmente terribili da rendere quasi necessario allargare i cimiteri di Coimbra a colpi di piccone.
Nel mezzo, Valladolid si riempie a vista d’occhio di eroi temporaneamente deceduti, feriti resuscitati e capitani che spiegano con grande dignità di non essere fuggiti: hanno semplicemente “riconfigurato la propria profondità operativa”, elegante formula che generalmente significa che si è corso finché il campo di battaglia non è sparito dietro l’orizzonte.
La parte più divertente resta però questa strana teologia militare che si è installata nei discorsi. Ognuno conta i morti con la gravità di un monaco amanuense intento a registrare i dannati, mentre metà dei trapassati tornerà alla taverna prima della fine della settimana, con una benda sulla fronte e l’aria vagamente infastidita per essere stata momentaneamente spedita a visitare le anticamere celesti di san Tito, portinaio ufficiale della grande sala da ballo dei risorti.
I dibattiti strategici diventano così ancora più assurdi. Tizio proclama di aver “preso il nodo”. Caio risponde di averlo “ripreso”. Un terzo spiega che lo aveva volontariamente abbandonato per poterlo perdere di nuovo in seguito nell’ambito di una manovra superiore conosciuta soltanto dai grandi iniziati e dai cavalli senza fiato. Di questo passo, i villaggi portoghesi cambiano padrone più spesso di quanto una cattiva taverna cambi oste.
Nel frattempo, le cancellerie europee continuano la loro gara di prosa epica. Parigi parla di crociata morale. Valencia evoca la difesa della civiltà iberica. L’Ordine Nero promette l’autodeterminazione dei popoli mentre fa manovrare le proprie armate dall’Atlantico ai confini castigliani. E Lisbona, fedele alla propria recente reputazione, osserva spesso tutto ciò in un silenzio così profondo che si finirebbe per credere il regno amministrato da monaci certosini.
La cosa più gustosa resta tuttavia la disputa filosofica che ormai agita i combattenti : che cos’è una vittoria ? Dormire una notte su un crocevia polveroso ? Far abbassare quattro stendardi nemici ? Costringere un avversario a correre fino a Valladolid lasciando dietro di sé gli stivali ? Oppure riuscire a imporre un racconto abbastanza solido da far giurare ancora ai cronisti, tra dieci anni, che tutto questo avesse davvero un senso ?
Perché dietro gli scherni, le interminabili liste di morti e le fanfaronate virili, una verità comincia a emergere: nessuno sembra davvero combattere per un villaggio. Tutti combattono per la memoria del conflitto. Per decidere chi scriverà, un giorno, la storia ufficiale, quella in cui le ritirate diventeranno brillanti manovre, le disfatte sacrifici eroici e le occupazioni temporanee “liberazioni storiche”.
Nel frattempo, i soldati continuano soprattutto a fare ciò che sanno fare meglio : morire il lunedì, resuscitare il giovedì e ripartire a correre il venerdì.
27/05/1474Chaves ou l’art de suivre sans savoir pourquoi
À Genève (AAP) - Dans les forêts de Castille comme sur les routes pierreuses du Haut-Douro, les armées alliées poursuivent leur longue marche contre les forces de l’Ordo Negrum Equites, dans cette guerre dont plus personne ne semble vraiment connaître le commencement, ni même parfois la destination.
Au sein des compagnies des B.I.L., entre bivouacs, bière tiède et consignes répétées jusqu’à l’absurde, la routine du soldat paraît désormais réglée comme une litanie : suivre, marcher, affûter les armes, manger, dormir, puis recommencer. « Où sommes-nous exactement ? » demandait récemment Sabatia à Flegetonte, chef de lance pourtant peu assuré de sa propre orientation. « À Osma… je crois », répondit ce dernier avec la gravité hésitante d’un homme chargé de conduire des dizaines de combattants à travers l’Europe sans toujours savoir distinguer le Portugal de la Castille. Mais peu importe, semble-t-il. Car dans cette guerre mouvante, nul n’a véritablement besoin de comprendre, il suffit de suivre.
Les récits venus des camps alliés décrivent moins une armée disciplinée qu’une étrange caravane interroyaumale où se mêlent Suisses, Français, Italiens, Portugais, Saxons, Turcs ou Irlandais, tous réunis dans une même mécanique faite d’attente, de fatigue et d’obéissance. Dans les tavernes encore ouvertes au cœur de la nuit, certains soldats commencent d’ailleurs à s’interroger sur le sens exact de cette existence militaire. Flegetonte, incapable de trouver le sommeil malgré les litres d’alcool ingurgités, résumait récemment sa condition par une suite d’ordres répétés jusqu’à l’épuisement : « Suivre. Contrôler les vivres. Dormir. Suivre. Ne pas parler. Ne pas boire. Suivre encore. »
Les prostituées portugaises elles-mêmes semblent désormais comprendre toutes les langues d’Europe, tant les mêmes plaintes résonnent chaque soir dans les camps des différentes nations. Pourtant, malgré l’absurdité apparente de cette immense transhumance armée, les combats demeurent bien réels. Le 23 mai, les forces alliées annonçaient avoir repris le contrôle d’un point stratégique de l’antique Via de la Plata, entre la Meseta espagnole et le Portugal, repoussant une contre-offensive menée par les généraux Letyzia et Ivy de l’ONE. Les pertes auraient été terribles et presque égales des deux côtés : quarante morts chez les assiégeants, quarante chez les défenseurs.
À peine cette victoire proclamée, les armées se portèrent vers Chaves, où un nouvel assaut fut lancé dans la nuit du 24 au 25 mai. Les témoignages décrivent un terrain si mauvais que les armées alliées, pourtant venues en masse pour submerger les remparts orientaux de la ville, ne purent combattre qu’une à une, annulant leur supériorité numérique. Sous les cris de « plutôt la mort que la soumission », les combattants se pressèrent au pied des murailles dans une mêlée de sang, de hurlements et de confusion. Au plus fort de l’assaut, Gianlupo, portant l’oriflamme des B.I.L., aurait été grièvement blessé en s’interposant devant Nannina lorsqu’une lame fut projetée depuis les défenses ennemies. Son épée et son bouclier furent brisés dans la mêlée tandis que les combats se poursuivaient dans l’obscurité.
Malgré les récits héroïques déjà propagés dans les camps, un sentiment plus étrange semble désormais gagner les soldats : celui d’une guerre interminable où chacun marche derrière un autre sans trop savoir où la route conduit. Dans les bois castillans comme devant les murailles portugaises, une même chanson revient d’ailleurs le soir autour des feux éteints : « Suis, suis, brave enfant… et surtout, ne pose pas de questions. »
Straßburgo (AAP) - L’Impero, si dice talvolta, è una casa comune. Ancora bisogna che coloro che vi abitano abbiano il sentimento di viverci ancora come cittadini e non come ospiti tollerati. Perché mentre la guerra si prolunga, che gli appelli all’unità si moltiplicano e che le proclamazioni imperiali invocano incessantemente dovere, resistenza e fedeltà, un altro fenomeno sembra emergere: quello di una stanchezza interna, più silenziosa delle battaglie, ma forse ancor più pericolosa.
La vicenda avrebbe potuto restare marginale, una semplice formalità araldica perduta nei corridoi di Straßburgo. Un barone restituisce il proprio titolo, l’amministrazione ne prende atto, i registri si chiudono. Ma questa volta la rinuncia si è trasformata in una scena politica.
« Non posso più rappresentare un Impero che non rappresenta più me », scrive André Marie Bourbon del Monte Santa Maria abbandonando il titolo di barone di Maccagno. Formula breve, quasi fredda, ma la cui stessa secchezza rivela una frattura più profonda di un semplice dissenso personale.
La risposta imperiale sorprende allora per la sua moderazione. Nessuna condanna immediata, nessuna accusa di tradimento o ingratitudine. L’imperatore Merkarios sospende la procedura e convoca personalmente il vassallo dimissionario a un’udienza privata. In una sala del trono volutamente spogliata di fasto, l’incontro assume meno la forma di un processo che quella di un tentativo di comprensione. Ed è proprio qui che l’episodio diventa rivelatore.
Perché André non parla né di ambizioni deluse né di rivalità nobiliari. Parla di regolamenti ignorati, di abusi istituzionali, di violazioni delle procedure all’interno del Collegio Araldico Italiano. Descrive un sistema in cui coloro che denunciano le irregolarità verrebbero screditati ancor prima di essere ascoltati. Un mondo nel quale pubblicare prove diventa al tempo stesso un atto di autodifesa e un gesto politico. « L’ho fatto per proteggermi », spiega, come se l’Impero fosse ormai diventato uno spazio in cui applicare il diritto richiede di proteggersi dall’istituzione stessa.
L’aspetto forse più sorprendente resta altrove: nella reazione dell’entourage imperiale. L’Arcicancelliere Lucas riconosce immediatamente di non sapere nulla della vicenda e chiede che tutto venga raccontato. Così dunque, al vertice stesso del Sacro Romano Impero, alcuni conflitti sembrano evolvere in una strana semi-oscurità amministrativa, dove accuse di abusi circolano senza mai raggiungere davvero il centro del potere. L’episodio illumina una contraddizione sempre più visibile nella retorica imperiale contemporanea.
Da un lato, l’Impero invoca incessantemente unità, lealtà e sacrificio comune. Chiede alle province di resistere, ai soldati di morire, ai nobili di servire e alle popolazioni di continuare a credere in una struttura minacciata da ogni lato. Dall’altro, coloro che denunciano malfunzionamenti interni danno talvolta l’impressione di essere considerati non come correttori utili, ma come disturbatori scomodi. Da qui emerge una domanda, brutale nella sua semplicità : a partire da quale momento la fedeltà cessa di essere un dovere per diventare un’ingiunzione ?
« L’Impero: o lo ami o lo lasci ». La formula non è mai stata pronunciata ufficialmente. Eppure sembra fluttuare sopra molte discussioni imperiali come una dottrina implicita. Chi critica troppo finisce prima o poi sospettato di ostilità. Chi espone le falle diventa sospetto di indebolire l’edificio più delle falle stesse. Eppure un Impero può sopravvivere più facilmente ai nemici esterni che alla convinzione interiore che la parola non serva più a nulla. Forse è proprio questo che rivela realmente questa strana udienza attorno a un semplice titolo baronale : meno una crisi araldica che un interrogativo più ampio sulla natura stessa dell’autorità imperiale. Un potere ancora capace di ascoltare ? Oppure un sistema che tollera ormai la contraddizione soltanto a condizione che resti senza conseguenze ?
Nel frattempo, la guerra continua attorno a Verona, Firenze e Siena. Gli eserciti si accumulano, le proclamazioni marziali si susseguono, gli appelli al coraggio riempiono le cancellerie. Ma in una piccola sala del palazzo imperiale, tra un bicchiere di succo d’arancia e alcuni dossier ormai resi pubblici, forse si è aperta un’altra battaglia: quella per sapere se l’Impero sopporta ancora che gli si dica di no.
Straßbourg (AAP) - De nouveaux combats auraient eu lieu sur le front portugais, selon des informations diffusées le 22 mai par des sources proches des forces de l’Ordre noir.
D’après ces rapports, une bataille se serait déroulée à deux nœuds à l’est de Guarda, au carrefour des routes menant vers Coimbra, Lisbonne et la Castille. Trois armées françaises, commandées par les capitaines Mogi, Helsinki et White, auraient été détruites au cours de l’affrontement.
Le bilan communiqué fait état de trente-deux morts du côté français, contre dix morts pour les forces adverses. Aucun chiffre supplémentaire concernant les blessés ou les survivants n’a été rendu public à ce stade.
Cette annonce intervient après plusieurs semaines de combats intermittents dans la région de Guarda et de Crato, où les forces françaises et leurs alliés ibériques affrontent les armées de l’Ordre noir et des comtés alliés de Coimbra et Porto.
Les informations disponibles demeurent difficiles à vérifier de manière indépendante, chaque camp poursuivant une intense bataille de communication autour des pertes, des retraites et du contrôle territorial. Toutefois, ces nouveaux rapports semblent confirmer la poursuite des affrontements terrestres dans l’intérieur portugais, alors que le conflit continue d’impliquer plusieurs puissances de la péninsule ibérique ainsi que des contingents français.
Dans le même temps, le silence persistant des institutions portugaises continue d’alimenter les commentaires et les critiques dans les milieux politiques et militaires, tandis que les alliés étrangers de Lisbonne multiplient les déclarations publiques sur l’état de la guerre.
24/05/1474À Dole, on cherche des travailleurs pour remplir les mines
À Lure (AAP) - En Franche-Comté, le Conseil comtal vient d’achever une vaste « étude du parc minier », entreprise savante menée durant plusieurs semaines afin d’observer les effets d’une hausse des salaires dans les mines du pays. L’expérience fut conduite avec grand sérieux.
Du 20 avril au 3 mai, les mineurs reçurent soixante-dix deniers, les plus expérimentés soixante-dix-sept. Puis, du 4 au 17 mai, les gages furent portés à quatre-vingts deniers, et jusqu’à quatre-vingt-huit pour les travailleurs confirmés.
Le but déclaré était de recueillir des observations précises afin d’éclairer les futures décisions économiques du Comté. Le Franc-Comte Aleksander Roznowski annonce désormais qu’un grand débat public sera ouvert en Agora afin que chacun puisse prendre connaissance des résultats et participer aux discussions. (Désolé, mais seuls ceux qui ont reçu autorisation particulière peuvent prendre connaissance des écrits conservés céans).
L’intention est noble. Après tout, il vaut toujours mieux compter les mineurs avant de compter les pierres. Mais l’affaire prend un tour plus singulier lorsqu’on la replace dans le climat actuel de la province.
Car la Franche-Comté demeure sous loi martiale depuis plusieurs mois. Les voyageurs y sont surveillés avec attention, les étrangers invités à régulariser leur présence ou à quitter rapidement le territoire, et les routes ressemblent parfois davantage à des frontières de guerre qu’à des chemins de commerce.
Ainsi donc, tandis que le Conseil cherche comment remplir les mines, le pays s’applique avec une énergie remarquable à décourager ceux qui pourraient venir les travailler. Le paradoxe est élégant. On augmente les salaires pour attirer les bras, tout en levant des barrières contre les hommes. On cherche des travailleurs, mais l’on redoute les voyageurs ; des habitants, mais point les arrivants.
Il faut reconnaître à la Franche-Comté une certaine constance : elle mène simultanément la politique du recrutement et celle du verrou. Quant aux mines comtoises, elles attendent désormais le verdict des chiffres. Mais il n’est pas certain qu’aucune étude puisse résoudre cette difficulté essentielle : un filon, si riche soit-il, ne se creuse jamais seul.