Genève (AAP) - (NDLR : Une fois n'est pas coutume, nous livrons ici le réquisitoire sans complaisance d'une âme effrontée et indignée. Edito.)
« À l'heure des guerres, ici à Kalmar, Varsovie, Lisbonne ou là à Sienne, il existe une racaille noble, plus dangereuse que bruyante, qui ne vit ni de la terre qu’elle possède en parchemins, ni du peuple qu’elle invoque à géométrie variable. Internationaliste par intérêt, localiste par posture, elle s’agrippe à ses titres comme le crustacé à son rocher, non par amour de l’indépendance mais par peur panique de toute souveraineté qui viendrait compter, trier, hiérarchiser. Leur idéal politique n’est pas la liberté collective, mais l’absence d’un centre capable de leur rappeler que l’autorité ne naît pas d’un échange de politesses entre hérauderies.
Ces petites chapelles, autosacralisées, se reconnaissent entre elles dans un ballet d’onctions croisées : je reconnais ton titre, tu reconnais le mien, et nous ferons mine d’y voir la continuité d’un ordre ancien quand il ne s’agit que d’une inflation symbolique, plus drue que la pluie de Gravelotte. Les titres pleuvent, les lignages s’allongent, les généalogies s’entrelacent jusqu’à former une grande famille de cousins satisfaits, régnant moins sur un territoire que sur un langage, celui qui naturalise leur domination.
Car là est le cœur de l’hégémonie : faire passer pour tradition ce qui n’est qu’habitude de caste, pour indépendance ce qui n’est qu’autonomie oligarchique. Le peuple, lui, n’est convoqué qu’aux heures utiles : quand il faut des bottes pour accompagner les bannières, des bras pour creuser les mines, ou des voix pour sanctifier une légitimité déjà confisquée. Son esprit d’indépendance est célébré comme on brandit un drapeau : non pour qu’il pense, mais pour qu’il marche.
Ainsi se maintient l’ordre des rapaces titrés : par la fragmentation, la flatterie mutuelle et la peur soigneusement entretenue de toute autorité centralisatrice qui viendrait jeter son grain de poivre dans leur soupe tiède de privilèges. Et tant que cette hégémonie culturelle ne sera pas nommée pour ce qu’elle est, une domination sans courage politique, elle continuera de se faire passer pour l’âme même de la liberté. »
06/02/1474Siena : Dell’assedio come prova degli animi
Orbetello (AAP) - Mentre Siena resta stretta nella morsa degli eserciti, anche Orbetello conosce la sua notte della verità. Qui, lontano dalle grandi mura e dai proclami solenni, la guerra si manifesta nella sua forma più nuda: attesa, sangue, fatica e volontà ostinata di non cedere.
Nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1474, due eserciti ottomani si sono attestati alle porte della città. Le forze della Steel Legion, The Lions of Chaos e della Steel Legion, Aces High hanno preso posizione senza procedere a nuovi reclutamenti, segno che l’intenzione non è più quella di intimidire, ma di misurare la resistenza. L’urto non si è fatto attendere. Sotto il buio fitto e il vento salmastro, le mura di Orbetello sono divenute il teatro di uno scontro violento e disordinato, nel quale pochi difensori hanno retto contro masse superiori.
Le testimonianze concordano nel descrivere una battaglia combattuta più con l’animo che con il numero. I reparti senesi, decimati e feriti, hanno mantenuto la linea, respingendo l’assalto notturno al prezzo di gravi perdite. Non si parla di vittoria, ma di sopravvivenza: il nemico è stato contenuto, non spezzato, e la sua presenza resta una minaccia costante, come un cappio che non si allenta.
All’alba, la città appare stremata ma non piegata. I superstiti si raccolgono sulle mura e nelle piazze trasformate in infermerie improvvisate. Le parole pronunciate dai rappresentanti cittadini e dai comandanti non promettono trionfi, ma perseveranza. È riconosciuta apertamente la possibilità di arretramenti, di nuove sconfitte, persino di cadute; ma viene riaffermato un principio più antico delle mura stesse: ogni passo ceduto costerà al nemico tempo e sangue.
Fuori dalle difese, altri eserciti ottomani osservano. I Sipahiler, Riders of the Night e le forze note come God’s Scourge restano schierati, immobili e silenziosi, come predatori che attendono. Questa immobilità pesa sui difensori più di un assalto, perché l’attesa consuma, logora e genera sospetto. In tali momenti, il pericolo maggiore non è la spada straniera, ma il cedimento interno.
Eppure, tra racconti aspri e talvolta ironici, emerge una verità che ogni governante conosce e spesso teme: le città non resistono grazie alla perfezione delle armi, ma alla capacità degli uomini di dare un senso alla fatica. A Orbetello, il discorso pubblico non nasconde le ferite né promette salvezze miracolose. Esso chiede soltanto di restare, di rialzarsi, di non lasciare che la paura diventi padrona.
03/02/1474Nemmeno la prigione è una tomba, si entra spezzati o furiosi
Isola Lunga (AAP) - Qui come altrove, tutti lo sanno, anche se pochi osano dirlo ad alta voce: la Giustizia non viene sempre amministrata rettamente. Talvolta è resa in fretta, talvolta male, talvolta in ritardo, talvolta di nascosto. Sentenze non pubblicate, giudizi antidatati, ammende dimenticate nei registri, prigioni piene di persone che nemmeno sanno di cosa siano colpevoli. Non è una voce: è un’abitudine dei tempi turbati.
Le ordinanze esistono. Sono affisse. Sono chiare. Ma tra ciò che è scritto e ciò che viene fatto c’è l’uomo: stanco, frettoloso, incompetente, o semplicemente intento a coprire il proprio errore. E quando il giudice tace, corregge a posteriori o mente sulla data, non serve più la Giustizia: la rivolta contro se stessa.
Da questo disordine nasce sempre la stessa cosa: la diffidenza. Quando i registri sono confusi, quando gli anni si mescolano, quando è possibile riscrivere il passato con inchiostro fresco, il popolo comprende una verità semplice: il diritto diventa un’arma dei potenti. E quando la Giustizia non incute più timore né rispetto, gli uomini iniziano a regolare i conti in altro modo.
Ma ecco la verità che i ingenui rifiutano di ascoltare. La Giustizia non ha mai promesso equità. Promette ordine. In ogni piazza di mercato, in ogni taverna, si sente dire: «La Giustizia è dura. La Giustizia è ingiusta. La Giustizia è arbitraria». Certo che lo è. In ogni regno vivo, la verità non vince sempre. La voce, la paura, l’interesse, l’errore o la forza prevalgono spesso. Accade che un innocente paghi e che un colpevole se ne vada libero. Non è un incidente: è la natura del mondo.
Ma una sentenza non è mai una fine. Chi piange è già mezzo morto. Chi comprende resta pericoloso. La legge stessa contiene le sue crepe. Termini, forme, procedure, statuti, giurisdizioni concorrenti. Un processo che si prolunga troppo può marcire e cadere da solo. Una sentenza mal pubblicata può essere impugnata non per ciò che afferma, ma per il modo in cui è stata resa. Chi sa leggere le regole possiede un’arma più sottile della spada.
Esiste anche il mutamento di stato. Entrare al servizio di un esercito. Assumere il comando di una nave. Porsi sotto un’autorità sovrana. Finché ciò resta individuale e non diventa una congiura aperta, il diritto lo consente. Esiste l’esilio. Lasciare la provincia, attraversare una frontiera, sottomettersi a un’altra giurisdizione. Non è una fuga vergognosa: è una scelta politica. A volte si scompare per tornare diversi. Esiste la forza del numero. Un condannato è debole. Dieci sono fastidiosi. Cento diventano una fazione, un esercito o una leggenda. La lamentela solitaria muore. L’alleanza trasforma l’infamia in potenza.
Nemmeno la prigione è una tomba. Il tempo lì dentro è contato. Si entra spezzati o furiosi. Si esce indeboliti o più pericolosi. Il carcere può essere una fine, ma anche una fucina. La Giustizia fabbrica destini, non vincitori. La Giustizia non esiste perché tutti vincano. Esiste per generare cadute, rinascite, conflitti e racconti. Perdere un processo non significa perdere la vita: significa ricevere una prova.
Non chiedete un mondo senza condanne. Chiedetevi piuttosto cosa farete della vostra. Perché non sono le vittorie a rendere memorabili le grandi storie, ma il modo in cui si sopravvive a una sentenza.