Accuso il Ducato di Lorena di aver lasciato prosperare nelle proprie cariche pubbliche un potere che non era più quello del ducato, ma quello di un clan: quello degli Scorpioni del Sale, alleato con l’ombra dell’Ordo Negrum Equites.
Accuso le autorità del Sacro Romano Impero di aver visto, di aver saputo, e di aver lasciato fare.
Il 5 marzo, quando le Brigate Internazionali Libertarie e gli uomini di Clair Obscur entrarono nel castello di Nancy, non vi trovarono soltanto sale vuote e archivi polverosi. Vi trovarono tracce. Lettere. Decisioni. Nomine. Tutta una paziente macchina attraverso la quale un uomo e i suoi si insediarono nel cuore di uno Stato.
Accuso Clovis, capo degli Scorpioni del Sale insieme a Dragonia, di aver occupato una dopo l’altra le funzioni di commissario al commercio, commissario alle miniere, sindaco di Toul, poi ammiraglio della Lorena e maresciallo della stessa città, accumulando così le chiavi di un potere che non apparteneva più al ducato ma al suo clan.
Accuso questo sistema di aver trasformato le istituzioni in strumenti.
Perché mentre queste cariche si accumulavano, mentre i sigilli cambiavano mano, gli eserciti dello stesso clan apparivano altrove: oggi a Chaves, in Portogallo, a combattere sotto la bandiera dell’Ordo Negrum Equites.
Accuso coloro che pretendono che si tratti soltanto di coincidenze.
Perché quando l’ex duca William tentò di opporsi alla formazione di un esercito non autorizzato, non fu la legge del ducato a prevalere, ma la pressione di una parte della nobiltà che affermò che gli Scorpioni del Sale erano ormai i veri garanti della sicurezza e della prosperità della Lorena.
Accuso infine l’Impero, e più precisamente l’imperatore Atum e i suoi consiglieri Raphaell e Aidan, di aver lasciato chiudere questa vicenda senza alcuna sanzione. Dopo una riunione tenutasi nel settembre del 1473, Clovis non fu punito: fu tolto dalla lista nera del ducato e nominato ammiraglio della Lorena.
Accuso questa ricompensa concessa a chi avrebbe dovuto rispondere delle proprie azioni.
E non è tutto.
Accuso le reti legate all’Ordo Negrum Equites di aver dispiegato nella regione forze provenienti da altrove: contingenti britannici e irlandesi, compagnie conosciute con il nome di “THUG Legion”, flotte viste contro i porti francesi nel 1473 e fino alle acque del Portogallo.
Accuso questa rete di aver intrecciato mercenari, funzionari e principi nello stesso gioco d’ombre.
Oggi gli archivi sequestrati a Nancy sono stati aperti ai giornalisti della KAP. Le Brigate Internazionali Libertarie annunciano che l’intero dossier sarà inviato alle potenze d’Europa: alla Confederazione Svizzera, alla Francia, al Portogallo, all’Impero Ottomano, al Regno delle Due Sicilie e a tutti coloro che vorranno ancora guardare la verità in faccia.
Perché arriva sempre un momento in cui i fatti non possono più essere soffocati.
12/03/1474À Chaves, la charge héroïque s’arrête au pied du mur
À Chaves (AAP) - On annonçait la grande percée, le moment décisif, la charge héroïque censée sauver Porto et remettre un peu d’ordre dans ce capharnaüm portugais. Résultat : une nuit, beaucoup de bruit, quelques fleurs perdues, un régent français tué et une soixantaine de royalistes restés sur le carreau devant les murailles de Chaves. La guerre moderne, version brouillon.
Depuis des mois, les états-majors promettaient l’addition finale : deux ans d’opérations, près de 300 navires coulés, des intrigues politiques à n’en plus finir et des armées qui traversent l’Europe comme des touristes militaires. La facture devait se régler au nord du Portugal. Elle s’est effectivement présentée mais le reçu n’est pas exactement celui que Le Louvre espérait.
Dans la nuit du 9 au 10 mars, plusieurs armées françaises, avec, détail savoureux, une portion du gouvernement royal dans le paquet, ont tenté de forcer la position de Chaves pour desserrer l’étau autour de Porto. Trompettes, étendards, cavalerie et slogans martiaux : tout le folklore y était. Le problème, comme souvent, c’est le mur.
En face, les troupes de l’O.N.E., épaulées par des alliés venus de Lorraine, de Porto et de Coimbra, ont été réveillées par un cor de guerre et un discours de commandement où il était question de mourir avec élégance, d’emporter au moins un Français avec soi et, accessoirement, de ne faire preuve d’aucune pitié. Programme clair, ambiance conviviale.
Le choc fut bref et brutal. Au matin, le bilan l’était aussi : environ 60 morts et une vingtaine de blessés côté français, contre huit tués et quinze blessés chez les défenseurs. Parmi les pertes françoises figure même un régent du royaume, tombé dès l’ouverture du bal, ce qui n’arrange jamais la comptabilité politique d’une expédition.
Dans la confusion nocturne, les colonnes françaises ont tenté plusieurs assauts, certaines avançant, d’autres se perdant, d’autres encore découvrant soudain qu’elles étaient seules au milieu de cinq bannières ennemies. Une capitaine française résumera plus tard la situation avec la précision stratégique qui caractérise les rapports de campagne : « c’était le merdier ».
On retiendra aussi quelques épisodes plus poétiques. Une commandante aurait perdu ses tulipes au moment de l’attaque, drame logistique rarement mentionné dans les traités militaires, tandis qu’un soldat raconte être mort pendant la bataille avant de revenir à la vie faute de monnaie pour payer le passeur de l’au-delà. La guerre moderne a ses problèmes de trésorerie.
Au final, la charge s’est transformée en retraite et les bannières françaises ont disparu dans la nuit aussi vite qu’elles étaient apparues. Les feux du camp adverse ont été rallumés et les survivants ont compté les absents, exercice traditionnel qui, contrairement aux communiqués officiels, donne toujours des chiffres assez précis.
Interrogé sur la suite, le chef de l’O.N.E., Justinian, le Prince Noir des contes pour enfants et pour les grands, s’est contenté d’une analyse stratégique d’une grande profondeur : « Envoyez-en d’autres. »
En attendant, Chaves tient toujours. Et la grande offensive censée changer la guerre ressemble pour l’instant à une charge de cavalerie qui a surtout réussi à rappeler une vieille vérité militaire : les murs portugais ont parfois la tête dure.
11/03/1474nach der einnahme Warschaus : die Justiz tritt hervor
Straßbourg (AAP) - Im Jahre des Herrn 1474, wenige Tage nachdem Warschau unter die Autorität der Heere der Allianz der Ägide und der Krone von Polen gelangt ist, beginnt die Stadt nicht mehr die Waffen, sondern die Gesetze sich erheben zu sehen. Denn wenn die Schlachten enden, ist es Aufgabe der Gerechtigkeit, dort Ordnung zu schaffen, wo der Krieg Unruhe gesät hat.
So werden in diesen Märztagen mehrere Einwohner vor das Gericht geführt, da man vermutet, sie hätten dem nun besiegten Lager Hilfe oder Beistand geleistet. Die öffentlichen Register verzeichnen ihre Namen und ihre Urteile.
Unter den zuerst genannten befinden sich Envie, Siekiera, Belzar und Staniczkov. Danach folgen Granius, Anemonka, Samboor und Czerwony_goblin. Sodann Peggy., Drix, Berania, Nesquake, Evildevil und Proges. In den folgenden Tagen kommen noch Flamerog, Liliiana., Aidaris, Tunia, Toslaw1, Konstancjaaa, Rian1 und John_blackball hinzu, und schließlich Toom und Czarnawy.
Alle erhalten eine Strafe von zehn Tagen Haft, mehrere von ihnen zusätzlich eine Geldbuße von zweihundert bis zweihundertdreißig Talern. So zeigt die Gerechtigkeit ihren Willen, jeden daran zu erinnern, dass der neue Frieden Disziplin und Gehorsam gegenüber den Gesetzen verlangt.
Diese Urteile werden von Kasander Lubomirski gesprochen, einem Ritter aus altem Geschlecht, dem in diesen unsicheren Zeiten die Aufgabe des Richtens anvertraut ist.
Man beschreibt ihn als einen Mann, der durch den Krieg geformt, doch vom Pflichtgefühl geleitet ist. Sein blauer Mantel trägt die Zeichen seines Hauses, und seine Rüstung, so reich sie auch verziert ist, zeigt die wirklichen Spuren vieler Schlachtfelder. Man sagt, er kämpfe in schwerem Harnisch und ziehe feste Verteidigung und Geduld der ungestümen Gewalt vor.
Sein Schild ist für ihn nicht nur Schutz: er ist auch ein Sinnbild der Verantwortung, die er gegenüber jenen trägt, die unter der Autorität des Reiches leben.
Hieronymus Rhenanus Für die KAP-Agentur der Länder in Mitte
10/03/1474La Santa Sede richiama al rispetto della «Tregua di Dio» nelle guerre italiane
Roma (AAP) - La Santa Sede ha invitato le parti coinvolte nei conflitti che stanno scuotendo la penisola italica a rispettare rigorosamente la «Tregua di Dio», in particolare il divieto di compiere azioni militari nella giornata di domenica, secondo un comunicato affisso pubblicamente dal cardinale Alessandro Della Scala.
Il testo, redatto dal prelato e firmato dai membri del Concistoro pontificale italofono sotto l’autorità di Sisto IV, giunge mentre negli ultimi tempi gli scontri hanno opposto il Sacro Romano Impero alla Serenissima Repubblica di Venezia e al Regno delle Due Sicilie.
Nel comunicato, i cardinali ricordano che la «Tregua di Dio» proibisce «qualsiasi atto di violenza, spargimento di sangue o ferimento nella giornata di domenica», giorno consacrato a Dio. Secondo il diritto canonico citato nel documento, ordinare o partecipare ad azioni militari che provochino combattimenti in quel giorno costituisce un sacrilegio punibile con la scomunica automatica.
Il testo precisa inoltre che tale divieto riguarda non solo i generali e i dirigenti politici che impartissero ordini offensivi tra l’alba del sabato e l’alba della domenica, ma anche i soldati che eseguano consapevolmente tali azioni.
La Santa Sede sottolinea che questa norma mira a preservare la sacralità della domenica e a permettere tanto alla popolazione civile quanto agli uomini d’arme di dedicare quel giorno alla preghiera, alla riconciliazione e alle attività pacifiche.
Il Concistoro pontificale ha inoltre commentato gli ultimi sviluppi militari. Le notizie provenienti da Venezia menzionano l’annessione di Verona al ducato di Modena, l’affrancamento delle città di Pola e Parenzo, nonché la presa di un castello da parte delle armate imperiali.
Alla luce di questi sviluppi, la Chiesa invita le autorità vincitrici a mostrare «grazia e misericordia», definite virtù dei forti. In particolare insiste sulla necessità di garantire un buon governo dei territori interessati, proteggere la popolazione civile ed evitare qualsiasi aggravamento delle condizioni di vedove, bambini e innocenti, nonché il rischio di carestie.
Il cardinale Alessandro Della Scala ha inoltre espresso soddisfazione per la temporanea interruzione delle ostilità nell’area di Venezia, auspicando che essa possa aprire la strada a una pace duratura.
«Accogliete il soldato che ritorna, banchettate con lui e celebrate il suo ritorno sano e salvo», ha dichiarato, invitando i fedeli a ringraziare Dio per la protezione accordata ai combattenti.
09/03/1474Venezia accerchiata : attesa, voci e una città che si svuota
Venezia (AAP) - Mentre gli eserciti imperiali stringono la loro presa attorno a Venezia, le testimonianze e le scene riportate da entrambe le parti delle mura descrivono meno una battaglia che una lunga attesa, fatta di incertezza e stanchezza.
Sui bastioni della città lagunare, alcuni difensori cercano di ingannare il tempo come possono. Un nobile veneziano, disteso sulle mura, passa le giornate a osservare le nuvole e a scherzare con il suo scudiero, scrutando senza troppa convinzione il campo imperiale in lontananza. Le giornate si assomigliano tutte, scandite dalla sorveglianza, dalla frustrazione e da battute amare sulle privazioni imposte dall’assedio. Anche il vino scarseggia, sostituito dalla posca, miscela di acqua e aceto destinata a mantenere i soldati sobri e idratati.
All’esterno delle mura, l’atmosfera non è molto diversa. Nel campo imperiale installato ai margini della laguna, il generale Nicolò e i suoi uomini passano il tempo osservando gli uccelli o fissando la città silenziosa. I soldati trascorrono le ore giocando, affilando le armi o aspettando ordini che tardano ad arrivare. L’impressione dominante resta quella di un momento sospeso, in cui ognuno sembra aspettare che sia l’altro a fare la prima mossa.
All’interno della città, la Chiesa cerca di organizzarsi di fronte all’incertezza. Nella basilica di San Marco, le autorità religiose hanno ordinato l’apertura di alcune riserve alimentari per gli abitanti, limitando però severamente la distribuzione per evitare la penuria. I responsabili ecclesiastici riconoscono già la possibilità di un periodo difficile.
Ma poco a poco emergono altri segnali. Osservatori imperiali segnalano un’attività insolita nel porto: alcune navi lasciano la città, vele scompaiono all’orizzonte e le banchine sembrano svuotarsi. Nelle strade, alcuni testimoni parlano di case abbandonate, taverne deserte e di una città improvvisamente silenziosa.
Col passare delle ore, la voce di un’evacuazione parziale della popolazione si diffonde. Alcuni abitanti avrebbero lasciato la città via mare, lasciando dietro di sé edifici aperti e beni abbandonati. Un testimone racconta persino di aver trovato un neonato lasciato su una banchina deserta, segno, secondo lui, della fretta della partenza.
Le truppe imperiali finiscono per entrare in una città quasi vuota. Nei palazzi come negli edifici pubblici, i soldati scoprono soprattutto sale deserte, casse contenenti poche risorse e registri amministrativi lasciati sul posto. Per alcuni ufficiali, la situazione sembra confermare una strategia deliberata delle autorità veneziane: abbandonare temporaneamente la capitale per preservare le proprie forze altrove.
Nei quartieri rimasti abitati, tuttavia, alcuni residenti e servitori sono rimasti sul posto. Le conversazioni evocano già una guerra destinata a durare, nonostante la presa apparente della città. Per loro, la caduta di Venezia non significherebbe la fine del conflitto, ma soltanto una nuova tappa.