18/09/1474L’Impero è sotto accusa nella piazza di Modena
Modena (AAP) — Una presa di posizione dura, inedita e senza concessioni, rivolta ai rappresentanti dell’Impero, ai principi elettori, ai futuri candidati alla Corona Imperiale e a tutti coloro che hanno responsabilità nelle sorti delle terre italiche.
Si può riassumere così la lettera resa pubblica nella piazza di Modena e già sottoscritta da decine di modenesi. Tra i firmatari figurano personalità di spicco, tra cui consiglieri ducali di diversi partiti, sindaci, esponenti dell’Esercito e della Marina, nobili e personalità comuni. Il documento contesta apertamente il trattato di pace successivo alla guerra, estendendo la critica al modo con cui le autorità imperiali avrebbero gestito le conseguenze del conflitto.
Una condanna senza appello per un accordo di pace definito sostanzialmente una resa imposta a territori ed eserciti imperiali che, secondo i firmatari, non sono mai stati realmente sconfitti. «Non siamo stati sconfitti, ma siamo stati trattati come tali», si legge nella lettera, che individua proprio nell’Impero il principale responsabile di quella che viene definita un’umiliazione politica e territoriale.
La lettera denuncia come l’Impero abbia accettato supinamente la supremazia veneziana sul fiume Po. Una scelta che ha contribuito a rendere definitiva la prigionia commerciale e strategica dentro cui sono stati rinchiusi da tempo il porto di Mantova e i porti di Milano. A questo si aggiunge l’aver imposto a Modena la restituzione di città a un avversario che, secondo la ricostruzione contenuta nella lettera, avrebbe attaccato per primo il Ducato di Modena, senza poi affrontare direttamente le forze imperiali sul campo. Un vero e proprio regalo a tavolino per un nemico mai realmente vittorioso, secondo i firmatari.
Il documento, destinato a far rumore nelle grandi sale di Strasburgo, contesta apertamente la scelta imperiale di omaggiare le capacità militari del gruppo Aegis e porta l’esempio delle scuse che Modena ha forzatamente dovuto presentare nei confronti di un individuo che durante la guerra aveva costantemente depredato i mercati cittadini imperiali e per tale motivo condannato dalla giustizia modenese. Solo dopo la conclusione del conflitto, tale individuo è stato riconosciuto come proprio membro dal gruppo Aegis.
La questione, tuttavia, va oltre il singolo caso specifico e si allarga al futuro rapporto tra Impero e terre italiche. La lettera sostiene infatti che quanto accaduto rappresenti «l’ennesima dimostrazione» di una deriva politica nella quale le decisioni fondamentali vengono prese senza tenere conto della volontà , dei sacrifici e delle aspirazioni delle popolazioni direttamente coinvolte. Secondo i firmatari, i rappresentanti delle comunità interessate non sono stati coinvolti in alcun modo, vedendosi imporre le decisioni dall’alto.
La richiesta è quella di modificare il rapporto politico tra le terre italiche e le istituzioni imperiali attraverso il principio della consultazione continua e del rispetto reciproco. Il documento si conclude con un appello rivolto a chiunque condivida la protesta, da Milano a Firenze e nelle altre terre italiche, a sottoscrivere il documento per costruire una posizione comune e rendere la voce delle comunità italica «forte, unita e impossibile da ignorare».
Ci si chiede ora come evolverà questo movimento, diventerà un nuovo partito politico o resterà semplicemente un movimento d’opinione capace di condizionare la vita politica modenese o quella imperiale? Quale sarà ora la risposta imperiale? L’unica certezza è che il fuoco di insoddisfazione che covava sotto la cenere modenese non si sia mai spento e che balli e onorificenze non siano bastati a placare l’impressione di aver sottoscritto una pace ingiusta. Nel frattempo, la prima a infiammarsi è proprio la piazza modenese fra chi appoggia la lettera e chi ne contesta l’utilità e opportunità .
16/09/1474Il ballo dopo la guerra, le confidenze prima della prossima battaglia
Straßbourgo (AAP) - Ci sono i racconti che si fanno all’indomani delle battaglie, quelli che si riservano alle cancellerie, e poi ci sono quelli che si raccontano attorno a un tavolo, tra un bicchiere, una musica e qualche passo di danza.
Dopo le cerimonie della Concordia Imperiale e la fine della guerra del complimento, Strasburgo aveva scelto la luce, i drappeggi, gli ori e le candele. Il Grande Ballo della Concordia doveva chiudere il tempo delle armi e offrire alla Corte imperiale una serata in cui si potesse finalmente parlare d’altro che di guerra. Finalmente quasi.
In un’intervista concessa a madame Filangieri, nostra eminente collega dell’agenzia veneziana della KAP, Gianlupo torna a lungo sulle Brigate Internazionali Libertarie, sui loro uomini e sulle loro donne, sulle loro battaglie, sui loro viaggi, sui loro nemici e soprattutto su quello strano modo che hanno di considerare le frontiere come semplici linee tracciate su una carta.
Da Ginevra al Portogallo, passando per la Savoia e la Franca Contea, le BIL raccontano il proprio percorso senza preoccuparsi troppo dei permessi. Rivendicano un gruppo aperto, fondato sull’individuo, sull’avventura, sulla comunità e sulla lotta contro quelle che considerano ingiustizie e strutture di potere.
L’intervista torna anche sugli scontri con l’Impero, sulla spedizione portoghese e sui conti che le BIL ritengono di dover saldare. Gianlupo vi espone una concezione singolare della guerra: nessuna vittoria definitiva, nessuna sconfitta definitiva, ma una lotta permanente e l’accettazione delle conseguenze delle proprie scelte.
Il discorso diventa ancora più direttamente politico quando viene affrontata la questione dei rapporti con ONE e delle accuse rivolte ad alcune reti di potere imperiali. Gianlupo rivendica allora il diritto delle BIL a tenere un discorso etico sui propri avversari e afferma che la loro indipendenza poggia proprio sul rifiuto di titoli, terre, onori e incarichi.
A Venezia, si interrogano coloro che dichiarano di non voler mai smettere di combattere. E tra le due cose corre tutta la distanza che separa un ballo imperiale da una compagnia che rivendica come proprio motto: « Todo para todos, nada para nosotros. » I nostri lettori sono dunque cordialmente invitati a recarsi dai nostri eminenti colleghi dell’agenzia veneziana per scoprire l’intervista integrale a Gianlupo.
Guardate ciò che accade. Si chiude Venezia e tutti i suoi confini, e si arriva a esigere un lasciapassare per entrare nella propria capitale se si ha avuto la sventura di uscirne; si vieta a tre miglia dalle sue coste ogni imbarcazione che non abbia chiesto licenza, pena l'affondamento senza nemmeno l'intimazione di fermarsi. Si chiude la Castiglia da diciotto mesi ormai compiuti, quand'anche i comunicati ufficiali proclamino essi stessi che il nemico è vinto, disciolto, imbarcato e in fuga, come se la segreta, una volta costruita, non avesse più bisogno di un prigioniero per continuare a esistere. Si chiude la Bretagna, e vi si trascina davanti ai giudici chi ha semplicemente attraversato una linea tracciata su una carta, come se quella linea avesse il potere di fare di un uomo un criminale laddove, il giorno prima, non era che un viaggiatore.
E il popolo di queste province, che cosa fa? Il più delle volte, si accomoda alla sua segreta, e arriva persino ad adornarla. Si dice protetto piuttosto che rinchiuso. Confonde la sua contea con un rifugio, mentre non ne è che la cella allargata. Ho letto il racconto di un uomo che fu ambasciatore, consigliere, onorato perfino dalla patria che aveva servito, e che oggi si trova processato per tradimento per aver avuto, semplicemente, la propria casa dall'altra parte di un confine appena chiuso. Ecco quanto valgono i titoli e i gradi in una provincia diventata prigione: nulla, se non che rendono il prigioniero ancora più sorpreso nello scoprirsi tale. Lo si era decorato; lo si rinchiude. Lo si era detto figlio della patria; lo si dice straniero. Il sigillo non ha cambiato forma, è la mano che lo appone ad aver cambiato umore.