Attendere: ecco l'unico verbo che questa città coniuga con certezza. Ventiquattro ore. Se, trascorso questo termine, non è giunta risposta alcuna, il silenzio stesso vale rifiuto. Curiosa giustizia, dove l'assenza di parola ha valore di sentenza. Lo straniero che si avvicina ai bastioni non trova dunque una città : trova un'anticamera. Alle sue spalle il mondo continua forse il suo movimento ordinario; davanti a lui, nulla si muove, nulla si muoverà , ed è proprio questa immobilità a somigliare tanto a una minaccia.
E allora si attende. I soldati attendono sui merli, i magistrati attendono nei loro uffici tappezzati di fascicoli ingialliti, gli eserciti attendono senza nemmeno sapere cosa attendono. E da qualche parte, nelle alte sale del potere, potrebbe darsi che qualcuno attenda, a sua volta, che un altro si decida finalmente a decidere. Così i giorni scorrono, identici, levigati come ciottoli dallo stesso gesto ripetuto. E la Repubblica, tuttavia, continua a esistere, con un'applicazione quasi soprannaturale, come quegli orologi di cattedrale che suonano ancora l'ora molto tempo dopo che gli ultimi fedeli hanno lasciato la navata.
Il consiglio, dal canto suo, non vacilla. Il conte Aldobrando siede ancora al proprio posto, immutabile. Oriente è là . Donnaginestra veglia sul commercio, Amantir sulla giustizia, Fressen sulle finanze, Darklanace sulla procura, Uggya sulle miniere, Lutetiae sulla parola pubblica. La macchina gira ancora, tutti gli ingranaggi al loro posto, con quel rumore sordo e regolare dei meccanismi che si è dimenticato di fermare. Ma si tenda l'orecchio ai corridoi, e si scopre che alcune porte si aprono su un silenzio più vecchio degli altri, un silenzio quasi geologico.
L'ufficio degli alti dignitari, questo sì, ha ancora parlato il 6 settembre, un'eternità recente. La diplomazia taceva dal 28 agosto. Il portavoce, dal 22. Le miniere non dicevano più nulla dal 31 luglio. I giuramenti dei sindaci risalivano al 12 luglio. L'araldica si era addormentata il 21 giugno. E i decreti, i decreti stessi, questi testi destinati a dettare il movimento del mondo, avevano reso il loro ultimo respiro il 27 aprile, come un vecchio che chiude gli occhi a metà di una frase incompiuta.
Bisogna scendere ancora più in basso per toccare il fondo vero del silenzio. L'ufficio di assistenza ai cittadini risale a giugno 1474. La procura, ad agosto 1473. Il Palazzo di Giustizia, a gennaio 1472. E le leggi stesse, le leggi che ancora, in teoria, reggono la vita di questa città , portano la data di un'ultima parola pronunciata nel maggio 1471. Si sarebbe quasi tentati di credere che i morti, qui, continuino a occupare le proprie cariche con uno zelo che i vivi non hanno più. Ma sarebbe un'offesa fatta ai morti: essi, almeno, hanno smesso di pretendere di attendere qualcosa. A Venezia, tutti attendono ancora. È diventato, più di un'abitudine, un modo di essere al mondo, forse l'unico che resti possibile.
Si attende il nemico che non viene. Si attende il messaggero che non arriva mai del tutto. Si attende il permesso, la risposta, la decisione successiva. Si attende che i confini si aprano, e un istante dopo si attende che restino chiusi. Si attende che gli eserciti partano, poi si attende che tornino, senza sapere bene se siano mai partiti. E quando nulla, assolutamente nulla accade, ciascuno trova in questo nulla una sorta di conforto: almeno, ci si dice, nulla è accaduto. È così che gli anni, a forza di non portare nulla, finiscono per solidificarsi in mura più alte delle prime. La capitale non è più soltanto cinta di pietra: è cinta di decreti antichi, di procedure, di precauzioni inutili e di sentinelle fedeli a ordini che nessuno ricorda più di aver impartito. Perfino la morte, in un luogo simile, non basta a porre fine all'attesa: il decreto prevede ancora che un uomo morto in combattimento, se ha violato qualche disposizione, possa essere sottoposto a processo e a condanna postumi, come se la giustizia stessa rifiutasse di lasciar andare chicchessia senza un ultimo modulo.
Bisogna, nonostante tutto, riconoscere a Venezia una costanza ammirevole: qui, perfino i morti possono ancora essere citati a comparire.
Scende la sera, uguale a tutte le altre sere. I tre eserciti restano immobili al proprio posto. I soldati guardano le strade vuote con quell'attenzione particolare che si riserva alle cose di cui si sa, in fondo, che non verranno. Le porte restano chiuse. Nelle case, quarantasei abitanti proseguono le loro occupazioni minuscole e necessarie. Forse un mercante abbassa la saracinesca della sua bottega. Forse un uomo torna a casa con un passo che nessuno sente. Forse una donna, alla finestra, guarda scendere la notte sui tetti, senza sapere bene cosa speri di vedervi apparire. E forse, molto lontano, su una strada che nessuno sguardo può più distinguere, qualcosa finalmente si avvicina.
Un esercito. Un messaggero. Uno straniero portatore di una notizia. O nulla.
Domani mattina, tuttavia, le sentinelle riprenderanno il loro posto, come sempre. I tre eserciti saranno ancora là . I quarantasei abitanti pure, uguali a se stessi. Qualcuno, da qualche parte, formulerà forse una richiesta di passaggio. Qualcuno la esaminerà con la serietà che si riserva agli affari di Stato. Qualcuno attenderà la risposta. E Venezia, fedele alla propria natura profonda, continuerà a non fare nulla — con una pazienza ammirevole, con una disciplina perfetta, con quella particolare ostinazione dei luoghi dove il tempo, a forza di non servire a nulla, ha finito per diventarne l'unico e vero carceriere.