Milano (AAP) - Esiste una forma di corruzione del governo più sottile di quella che consiste nel comprare gli uomini o nel vendere le cariche: è quella che consiste nel sottrarre gli uomini alla responsabilità dei propri atti, nascondendoli dietro le istituzioni.
Poiché le leggi sono state fatte per governare gli uomini, non per fornire loro delle maschere. Eppure, ecco che alcuni hanno scoperto che basta cambiare il nome sotto il quale si agisce per cambiare, se non la natura dell'atto, almeno il rischio che si corre. Ciò che è vietato al cittadino diventa improvvisamente materia d'interpretazione quando viene compiuto da un consiglio; ciò che esporrebbe un uomo all'accusa di tradimento diventa una questione di competenza quando viene deliberato da uno Stato. La colpa rimane, ma il suo autore svanisce.
Occorre osservare con quanta abilità questo meccanismo possa servire gli interessi di coloro che governano. Gli uomini deliberano, votano, negoziano e concludono accordi; ma, quando arriva il momento di rispondere delle proprie decisioni, non sono più che servitori di un'istituzione. L'istituzione, dal canto suo, non avendo né volto, né volontà propria, né coscienza alla quale chiedere conto, non può essere condotta davanti al giudice come un uomo. Così gli uni si nascondono dietro l'altra, e l'altra dietro tutti, finché la responsabilità, passando di mano in mano, non rimane più nelle mani di nessuno.
È un modo assai comodo di fare il male senza dare l'impressione di volerlo, di raccogliere i vantaggi di un'alleanza senza assumerne gli impegni, di favorire i propri amici senza sembrare aver concesso loro alcun favore. Gli interessi particolari indossano gli abiti dell'interesse pubblico; gli accordi di convenienza prendono il nome di decisioni amministrative; le compiacenze diventano necessità diplomatiche. E colui che avrebbe dovuto rispondere del proprio operato sostiene di aver soltanto eseguito la volontà del consiglio, mentre il consiglio afferma di aver semplicemente esercitato le prerogative dello Stato.
Non bisogna dunque stupirsi se, in un simile ordinamento, i più abili non sono coloro che sanno rispettare la legge, ma coloro che sanno spostarne i confini. Poiché, quando la regola si applica agli individui e le istituzioni possono sottrarvisi, diventa più vantaggioso governare in molti che agire da soli, non per servire meglio la cosa pubblica, ma per spartirsi più agevolmente l'irresponsabilità.
Il pericolo è grande, perché una legge dalla quale i potenti possono liberarsi semplicemente cambiando veste non è più una legge: è un tributo imposto ai deboli. E uno Stato nel quale i governanti possono compiere collettivamente ciò che è loro vietato individualmente non possiede più una vera giustizia; possiede soltanto una procedura che consente ai potenti di negoziare la propria innocenza.
Bisogna dunque diffidare di quelle repubbliche nelle quali gli uomini ricoprono tante cariche e funzioni che non si riesce più a sapere sotto quale veste abbiano commesso le proprie colpe. Perché quando ciascuno può nascondersi dietro lo Stato, lo Stato finisce per diventare il rifugio di tutti gli interessi particolari e il responsabile di nessuno.
05/11/1474piccolo trattato sulla tirannia senza corona
Milano (AAP) - Bisogna rendere giustizia ai principi delle nostre contrade: hanno saputo perfezionare l'arte di regnare senza governare, di governare senza essere eletti e, progresso ancor più notevole, di farsi sostituire senza nemmeno aver bisogno di morire.
La Scozia ce ne offre oggi un'illustrazione degna dei più grandi trattati di politica. Il re vi sarebbe invisibile, il delfino onnipresente. Il primo possiede la corona, il secondo ne esercita le prerogative, distribuisce le cariche, detta le regole e sembra aver scoperto che il modo migliore per succedere a un sovrano consiste nel non attendere mai la sua successione.
Un tempo lo si chiamava reggenza. Evidentemente il vocabolario politico si è arricchito: quando la reggenza dura più regni, diventa un'istituzione; quando non poggia più su alcuna conferma, diventa una tradizione; e quando si finisce per chiedere al reggente di giustificare il proprio potere, questi risponde che la domanda è fuori luogo.
È un modo assai comodo di governare. Dispensa dall'elezione, evita le campagne, risparmia le promesse e permette di trattare ogni opposizione come un'offesa personale. Il principe non ha più bisogno di convincere i sudditi. Gli basta spiegare loro che non hanno capito.
Un sovrano presente è un impedimento per chi aspira al potere. Può parlare, decidere, confermare o revocare. Ha la fastidiosa abitudine di ricordare al suo entourage che le cariche sono sue. Un sovrano assente è tutt'altra faccenda. Non contraddice nessuno. Non firma nulla. Non conferma nulla. Non sconfessa nessuno. Il suo silenzio diventa una risorsa politica sfruttabile a piacimento. All'erede non resta allora che un dovere: colmare il vuoto. Poi, per una felice coincidenza, scopre che il vuoto è immenso e che lui solo può riempirlo. Si nomina segretario, cancelliere, ministro, custode delle istituzioni, protettore degli archivi e, se le circostanze lo permettono, interprete ufficiale della volontà regale. Il re non governa più, fornisce lo scenario. L'erede, invece, possiede il palcoscenico, i retroscena e il diritto di decidere chi può ancora entrare in teatro. Gli manca una cosa sola: l'elezione. Ma a che serve l'elezione, quando si possiede già il potere?
Si trovano sempre alcuni spiriti scrupolosi che domandano in nome di chi si governi. Vorrebbero una proclamazione, una conferma, un mandato, un documento qualsiasi che attesti che il sovrano ha davvero affidato i suoi poteri a colui che li esercita. Ragionano come se il potere fosse un incarico che si riceve e non una posizione che si occupa. È un errore da principianti. Il potere, quando è sufficientemente radicato, finisce per produrre da sé le proprie giustificazioni. Chi comanda afferma di essere legittimo perché comanda. Chi non è stato eletto spiega che l'elezione è inutile. Chi non è stato confermato sostiene che la conferma appartiene al passato. E chi non ha mai ricevuto alcun mandato scopre ben presto di avere una vocazione.
Bisogna pur riconoscere che questo metodo presenta qualche vantaggio. Evita le elezioni interminabili, i dibattiti in contraddittorio e i disagi della sovranità popolare. Ha tuttavia un difetto: presuppone che i sudditi acconsentano a dimenticare di esistere. Ora, i popoli hanno talvolta la memoria lunga, in particolare quando si tenta di sopprimergliela.
C'è un'altra scoperta politica che i nostri principi sembrano aver fatto: la cancellazione è una forma superiore di governo. Un avversario può essere confutato. Un'opposizione può essere combattuta. Una rivendicazione può essere discussa. Ma un messaggio censurato non contraddice più. Un archivio scomparso non rammenta più le antiche promesse. È dunque allettante, per un uomo che sopporta male la contraddizione, confondere il regno con il diritto di riscrivere la storia.
Il procedimento è mirabilmente semplice. Si sopprimono i dibattiti, poi si rimprovera agli oppositori di non poter provare ciò che hanno detto. Si archiviano le antiche decisioni, poi si afferma che nessuno ricorda le regole. Si distruggono le tracce di una comunità, poi si pretende che questa comunità non sia mai stata così unita. Occorre tuttavia diffidare di questa politica. La storia non scompare perché un uomo ha cancellato il proprio esemplare.
La difficoltà sarebbe meno grave se non rivelasse un'altra curiosità delle nostre istituzioni: le regole non sembrano avere lo stesso spessore ovunque. In certi territori, un personaggio non può aspirare a più funzioni senza abbandonare le precedenti. Altrove, alcune particolarità permettono di cumulare le cariche, di conservare un seggio in consiglio candidandosi alla corona, o addirittura di far intervenire più personaggi legati tra loro in istituzioni diverse. Gli uni devono rinunciare alle proprie funzioni per presentarsi a un'elezione, gli altri sembrano poter tenere il consiglio, il municipio e la corona nella stessa bisaccia.
È sempre istruttivo constatare quanto il rispetto delle regole dipenda dal luogo in cui si abita. I fautori di queste pratiche spiegheranno che si tratta soltanto di differenze istituzionali. Forse avranno ragione. Resta però una domanda semplicissima: se le regole sono diverse, perché le loro conseguenze dovrebbero essere identiche?
Un sistema che consente ad alcuni di cumulare le posizioni mentre ne impedisce ad altri non è necessariamente ingiusto. Diventa tuttavia sospetto quando i beneficiari delle sue particolarità sono proprio coloro che già detengono i mezzi per sfruttarle. Il privilegio ha questo di notevole: si presenta sempre come una particolarità locale.
La Scozia non è la sola a conoscere gli imbarazzi di una corona la cui autorità non raccoglie l'unanimità. In Catalogna, la questione della rappresentanza in seno alla Corona d'Aragona ricorda che un'istituzione può essere riconosciuta negli usi senza disporre di un'autorità effettiva sui territori che la compongono. In Germania, la corona narrativa poggia su un'elezione ristretta, priva di potere effettivo negli affari del regno. In Svizzera, i cantoni possono conservare la propria indipendenza nel racconto pur partecipando alle istituzioni imperiali.
Questi assetti sono talvolta antichi, talvolta fragili, ma hanno almeno il merito di mostrare che le istituzioni possono coesistere senza pretendere di governare tutte le stesse popolazioni. Il problema comincia quando si confonde l'esistenza di un titolo con il diritto di comandare.
Un re può essere riconosciuto da alcuni e ignorato da altri. Può essere sovrano in una storia e non esserlo in un'altra. Può possedere una corona senza possedere i territori che essa pretende di rappresentare. Non c'è nulla di scandaloso in questo. Lo scandalo appare quando si esige che le popolazioni obbediscano a un'autorità che non hanno mai riconosciuto, e poi si tratta il loro rifiuto come una ribellione.
È assai più facile proclamare un regno che convincere i suoi abitanti di esserne i sudditi. È comodo lasciare che i potenti regolino le proprie controversie. È meno comodo constatare, qualche anno dopo, che i più deboli hanno lasciato il regno. I loro avversari non parlano più nei forum? La pace è ristabilita. Gli archivi sono scomparsi? Le dispute sono dimenticate. Gli antichi abitanti hanno lasciato il regno? La popolazione è ormai più docile. È vero che un regno silenzioso è molto più facile da governare di un regno vivo.
Ma è anche molto meno utile. Un principe può possedere le chiavi di un castello, ma non può obbligare i suoi abitanti a restarvi. Sarà soltanto l'ultimo a sapere di regnare su un deserto.
03/11/1474Suisse, le rat der zwölf sous surveillance
Genève (AAP) - Le Conseil du Comté suisse présente un profil institutionnel contrasté. Si le retour du prestige confédéral à deux étoiles permet d'envisager une normalisation de l'activité administrative, les difficultés persistantes de renouvellement du Conseil et la dépendance de l'administration à un nombre limité de fonctionnaires constituent des facteurs de vulnérabilité. L'Agence relève notamment l'absence de candidats en nombre suffisant pour assurer la constitution du prochain Conseil. Plusieurs jours après la date à laquelle les sept maires auraient dû procéder à son élection, la liste Rat der Zwölf demeure incomplète et affiche des fonds insuffisants. Cette situation traduit une fragilité de la capacité institutionnelle à assurer la continuité de la gouvernance.
Le Conseil actuel, présidé par Donwokas, dispose d'une organisation administrative structurée autour des principales fonctions comtales. Toutefois, la persistance d'un siège vacant et l'insuffisance des candidatures pour le prochain mandat soulèvent des interrogations quant à la capacité du système politique suisse à assurer son renouvellement. L'Agence considère que la continuité des institutions demeure dépendante de la mobilisation d'un nombre limité d'acteurs. La dégradation du prestige confédéral, passé de deux étoiles à une étoile et demie le 21 octobre, avait entraîné une hausse de la consommation administrative à 36 points d'État par jour. Les ressources disponibles ne permettaient pas de garantir durablement l'ouverture des bureaux. Les fonctions administratives, notamment l'entretien des mines, la publication des rapports commerciaux et la transmission des quotas, se trouvaient exposées à des interruptions.
Le retour à deux étoiles, annoncé le 2 novembre, ramène la consommation à 24 points d'État par jour. Cette évolution améliore sensiblement la capacité opérationnelle de la Confédération. La période récente a mis en évidence une dépendance importante à l'égard de quelques fonctionnaires capables de produire 20 points d'État. Les ouvertures des bureaux ont été assurées grâce à une mobilisation ponctuelle de plusieurs agents, parfois au prix d'une forte sollicitation individuelle. L'Agence estime que cette concentration des ressources humaines limite la résilience de l'administration en cas d'indisponibilité de ses principaux contributeurs. Le retour à deux étoiles constitue un élément favorable. Il permet de réduire la pression sur les ressources administratives et de rétablir l'entretien manuel des mines. La mobilisation de fonctionnaires issus de plusieurs cantons de la Confédération démontre également l'existence de capacités de coopération inter cantonale. Ces éléments contribuent à limiter le risque de rupture opérationnelle à court terme.
Les principaux facteurs négatifs demeurent : l'insuffisance des candidatures au renouvellement du Conseil ; la persistance d'un siège vacant ; l'insuffisance des investissements de la liste XII ; la dépendance de l'administration à l'égard d'un nombre restreint de fonctionnaires ; la difficulté à garantir durablement la continuité des services en période de baisse du prestige. La Confédération suisse présente désormais une situation opérationnelle plus favorable, mais sa stabilité institutionnelle reste exposée à des risques significatifs. Le rétablissement du prestige à deux étoiles constitue un facteur positif, sans toutefois résoudre les difficultés de renouvellement politique. L'Agence maintient une perspective stable à court terme, sous réserve de la préservation des ressources administratives, mais négative à moyen terme, en l'absence d'un redressement de la participation politique.
Le principal risque pesant sur la Suisse ne réside désormais plus dans sa capacité à maintenir les bureaux ouverts, mais dans celle à mobiliser suffisamment de volontaires pour en assurer durablement le fonctionnement. Cette fragilité est accentuée par un déclin démographique préoccupant, particulièrement marqué à Grandson et à Fribourg, qui réduit d'autant le vivier de candidats susceptibles de contribuer à la gouvernance confédérale.
Georg von Schnurstein pour l'AAP agence des Terres au Milieu.
Genève (AAP) - Discours touchant l’état des comtés, duchés et provinces, où l’on voit comment la légitimité s’y perd par ceux-là mêmes qui prétendent la garder.
Il est constant que toute République bien ordonnée doit être fondée sur une puissance souveraine, perpétuelle et absolue, laquelle ne reçoit loi que d’elle-même. Or, en plusieurs comtés, duchés et provinces de notre temps, ce principe se trouve renversé, non par l’effort d’un ennemi étranger, mais par la lente et tranquille corruption de ceux qui en avaient la garde.
La loi de ces États est pourtant claire, et nul ne la peut ignorer : de deux mois en deux mois, le peuple s’assemble et élit un Conseil de douze personnes, lequel désigne ensuite le Duc ou le Comte. Ainsi la puissance remonte-t-elle à sa source, qui est le consentement des citoyens, et redescend par le canal du Conseil jusqu’au chef. Voilà un ordre que Platon n’eût point désavoué, et que les Suisses eux-mêmes pourraient envier.
Mais le vice est dans ma pomme.
Quand une faction s’est une fois imposée par la parole, par l’éclat des titres et par l’ancienneté prétendue des lignages, nul n’ose plus contester ce qui n’est, à le bien considérer, qu’une curieuse aberration. Ici paraît un Grand Duc, là un Archiduc, ailleurs un Prince, une Évêque res parendo ou une Marquise, lesquels s’établissent sur une cour qui s’octroie à elle-même titres et fiefs.
Et c’est ici que se découvre le ressort le plus subtil de la corruption : l’Hérauderie. Cet office, qui devait être le greffe fidèle des honneurs, est devenu l’instrument des puissants. Ses officiers, diligents et sentencieux, comptent, rognent et dépouillent à leur aise : tantôt un baron absent du service des allégeances publiques, tantôt une duchesse endormie chez les nonnes. Ce que le droit ordonnait de garder en l’absence du possesseur, ils le tiennent pour abandonné, et le distribuent aux leurs.
Je dis donc que la maxime vulgaire, qui se tait consent, est ici tournée en maxime de rapine : le silence de l’absent devient le titre du présent.
Comment ces petites cours se maintiennent-elles ? Non point par la force, ni par le droit, mais par un commerce de reconnaissances : chacune tient pour valable l’Hérauderie de sa voisine, laquelle en retour tient pour bons les titres de la première. Ainsi va-t-on entre amis couronnés, et la chaîne des légitimités se ferme sur elle-même comme un serpent qui se mord la queue.
Le peuple y aide de son côté, car il aime les titres. Il les aligne en rang, il les exhibe, comme les enfants montrent leur zizi pour savoir qui l’a plus gros. Cette vanité commune est le plus ferme appui de la corruption : le sujet n’ose rien reprocher à un système dont il espère, quelque jour, être admis.
Il faut toutefois rendre justice à ce qui est juste. Au-dessous de ces vanités se trouve une autre réalité, et celle-là est solide : les nobles d’épée, qui par leur service font prospérer la ville, et qui, soit dit sans offense, sentent meilleur que les courtisans.
Or ceux-ci, ayant pris l’ascendant, ont trouvé le moyen de conserver les formes de l’élection en en vidant la substance. Le Conseil élit toujours le Comte, mais le Comte, vite abaissé au rang de simple régent, n’est plus que le lieutenant de la noblesse. Chacun s’y trouve content : on partage les domaines d’action, et celui qui a bien servi reçoit en retraite un fief qui l’introduit dans le cercle des optimates. Ainsi le magistrat élu devient-il, au terme de sa charge, ce qu’il avait passé sa charge à servir.
Voilà un système que l’on croirait infaillible, puisque le commun aspire aux titres, et que l'infatué aspire à ordonner le Ballet royal de la Nuit.
Mais il est une loi que d'aucun n’a pas manqué d’observer : nulle puissance n’est si bien assise qu’elle ne puisse être renversée par ce qui la fonde. Les révolutions des États ne naissent point toujours du dehors, elles se couvent dans la forme même que l’on croyait avoir domestiquée.
Car l’urne demeure. On l’avait tenue pour cérémonie, et voici qu’elle redevient puissance. Un jour que nul n’attendait, le suffrage cesse d’être un rite pour redevenir un acte, le Conseil se souvient qu’il est le Conseil, et le titre le mieux armé s’aperçoit qu’il ne tenait que par l’oubli du peuple. De la Chose qui se venge, ou des urnes qui cassent les burnes.
À Genève (AAP) - Le nouveau secteur apicole affiche des résultats contrastés. Si certains producteurs dégagent des bénéfices grâce à la cire et à la gelée royale, la demande pour les miels les plus coûteux reste limitée. La rentabilité dépend désormais autant de l’accès aux matières premières que de la capacité des marchés locaux à absorber la production.
Les prix pratiqués par les apiculteurs s’établissent autour de 3 écus pour le miel de fleurs, 12 écus pour les miels de lavande et d’anis, et 22 écus pour ceux de thym et de romarin. La cire se négocie aux environs de 25 écus, tandis que la gelée royale peut atteindre 200 écus. Ces tarifs ne se traduisent toutefois pas automatiquement en ventes.
Le miel de fleurs bénéficie d’une demande plus régulière. Les variétés aromatisées, en revanche, peinent à trouver des acheteurs récurrents. Selon plusieurs témoignages, certains consommateurs achètent ponctuellement une unité de chaque variété, sans que cette demande de curiosité permette d’écouler les stocks. Anne_claire envisage ainsi de réduire sa production de miel d’anis pour privilégier le miel de fleurs. Les miels de thym et de romarin, plus coûteux à produire, sont particulièrement exposés à cette faiblesse des débouchés.
Les artisans ne constituent pas encore un relais de croissance suffisant. Les boulangers peuvent transformer le miel en pâtisseries, les meuniers l’utiliser dans des boissons et les bouchers proposer d’autres préparations. Mais les bénéfices nutritionnels de ces produits restent jugés modestes par une partie des consommateurs, qui peuvent leur préférer des aliments moins coûteux. Les miels parfumés offrent des apports supplémentaires en charisme ou en bonheur, sans que leur prix soit toujours compensé par ces avantages.
La cire présente des perspectives plus diversifiées. Elle entre dans la fabrication de baumes destinés à préserver les armes et les boucliers, de sculptures décoratives, de ruches d’ornement et de chandelles. Ces usages pourraient soutenir la demande, mais leur capacité à absorber durablement les volumes disponibles reste à confirmer.
Les premiers relevés de comptes montrent néanmoins qu’un rucher peut être rentable. Anne_claire fait état de quatre ruches exploitées sur vingt-deux jours et de neuf récoltes. Les recettes atteignent 1 008 écus, pour 528,45 écus de dépenses, soit un solde positif de 479,55 écus. La gelée royale a contribué de manière importante à ce résultat. La cire, obtenue presque à chaque récolte, constitue également une recette régulière.
Ces chiffres restent toutefois ceux d’une exploitation particulière et ne peuvent être généralisés. La rentabilité dépend notamment de la fréquence des récoltes, du prix des intrants et de la possibilité de vendre les produits. Les témoignages recueillis suggèrent un écart marqué entre les villes disposant d’un marché actif et les petits villages où les ventes demeurent rares.
L’approvisionnement constitue un autre point de vigilance. La fabrication des ruches par le bailli nécessite du sureau noir ou de la marjolaine. En Languedoc, les stocks disponibles auraient limité la production à six ruches. Les cueilleurs sont donc appelés à fournir ces plantes afin de permettre le développement de l’activité.
La gestion des colonies pèse également sur les coûts et les rendements. Les ruches doivent être nourries régulièrement, notamment avec de la lavande, de l’anis, du thym ou du romarin. La récolte dégrade leur humeur et peut provoquer le départ des abeilles, entraînant la perte de la ruche. Plusieurs apiculteurs recommandent d’attendre une humeur favorable, voire l’euphorie, avant de récolter.
Les observations disponibles sur la durée de vie des colonies restent limitées : une ruche aurait disparu au bout de vingt-sept jours, tandis qu’un autre producteur rapporte une durée de trente-huit jours. Ces données ne permettent pas encore d’établir une durée de vie moyenne, mais elles soulignent l’importance d’une gestion prudente.
Enfin, le pacificateur, accessoire coûteux, pourrait augmenter les chances d’obtenir de la gelée royale lorsqu’il est porté avant la récolte. Son efficacité n’est cependant pas garantie : plusieurs utilisateurs n’ont pas constaté l’apparition du produit.
Le secteur entre ainsi dans une phase de consolidation. Les premiers résultats attestent d’un potentiel économique, mais la progression de l’apiculture dépendra de trois facteurs : la disponibilité des matières premières, la maîtrise de la gestion des colonies et l’élargissement des débouchés. Pour les producteurs, la priorité n’est plus seulement de récolter davantage, mais de produire ce que le marché est en mesure d’acheter.