14/07/1474L’Arte della Brigantaggio: Trattato di Fratellanza e Libertà
Ginevra (AAP) - Udite, udite, nobili genti e fieri compagni d’avventura! In questa estate baciata dal sole, mentre le corone restano salde e le foreste sussurrano promesse di libertà, vengo a cantare la gloria del Brigantaggio. Lungi dall’essere una decadenza, esso rappresenta il culmine di una carriera ambiziosa, una via regale tracciata per coloro la cui anima è troppo vasta per l’angusto lavoro dei campi.
Entrare nel brigantaggio significa unirsi a una cavalleria dell’ombra. Là non vi è servile vassallaggio, ma una fraternità pura. Nel folto dei boschi o nella chiusa intimità delle prigioni di pietra, i cuori si aprono. È proprio in questi sotterranei, lontano dallo sguardo dei censori, che si scoprono affinità segrete e sessualità alternative, là dove l’abbraccio di un compagno diventa l’unico baluardo contro la freddezza delle mura.
Perché cercare i propri alleati nella feccia, quando i migliori sono già catalogati dallo Stato? Il vero brigante sa che il suo futuro luogotenente si nasconde nei registri dei giudici. Reclutare nelle carceri significa scegliere l’élite: coloro che hanno già sfidato l’ordine e sono sopravvissuti. Il tribunale? Frequentare procuratori, luogotenenti criminali e uomini di nobili casate non è un rischio, bensì un’attività di alto livello. Vi si incontra il bel mondo, si impara il diritto aggirandolo e si forgiano alleanze sotto il naso dei potenti.
Splendida carriera, il brigantaggio offre una ricchezza che nessun commercio potrebbe mai eguagliare: vivere ogni giorno sotto l’ombra delle forche patibolari, questi “alberi della giustizia” che non fanno altro che aggiungere pepe alla libertà; indossare la seta rubata e l’oro della gabella significa proclamarsi signore delle grandi strade; passare dal semplice tagliaborse al capo di una banda, rispettato persino dagli stessi magistrati.
Alcuni spiriti malinconici mormorano che arruolarsi nell’esercito o assumere il comando di una nave nel pieno di un procedimento giudiziario non sia altro che una vile fuga davanti all’inevitabile verdetto. Ebbene, no. Indossare la divisa o comandare un vascello non è una frode, è una lecita trasformazione. Affermare il contrario sarebbe un’impresa vana e arbitraria, poiché la legge non può scrutare i cuori né presumere le intenzioni. Che errore di giudizio!
Compagni, non temete il giudice! Il suo registro è il vostro libro degli indirizzi, e la guerra è la vostra porta d’uscita. Il brigantaggio non è un crimine, è un’arte di vivere!
14/07/1474Elections au conseil du Duché de Savoie : SAVOIE recueille la majorité absolue des sièges
PARIS (AAP) - La liste Unité pour la Savoie est arrivée en tête lors de l'élection au conseil de Duché de Savoie, et obtient la majorité absolue des sièges. Elle pourra donc gouverner seule.
Répartition des suffrages exprimés :
1. "Unité pour la Savoie" (SAVOIE) : 100%
La répartition des sièges au scrutin à la proportionnelle conduit à une nouvelle répartition des postes du conseil :
Les membres du conseil reconnaîtront le prochain Duc d'ici à deux jours. Ce dernier devra alors présenter ses hommages à son souverain, et nommer aux principales charges du Duché.
13/07/1474La diocesi di Ginevra è alla ricerca del suo nuovo vescovo
Ginevra (AAP) - La diocesi di Ginevra è alla ricerca del suo nuovo vescovo. Questa posizione è destinata a coloro che desiderano servire e assumere vere responsabilità nel cammino della Chiesa, senza doversi scontrare con le porte chiuse della Chiesa Aristotelica Romana e dei Sovrani. A Ginevra, questo è possibile.
Missioni: guidare e riunire i fedeli, rappresentare la Chiesa di confessione ginevrina agli occhi dell’Aristotelità e delle comunità, gestire le risorse della diocesi con serietà, predicare e animare la vita spirituale, portare idee nuove senza rinnegare l’essenziale.
Profilo: l’ordinazione preventiva è apprezzata ma non indispensabile, sono considerati anche percorsi atipici. Una formazione teologica, anche non convenzionale, è ben accetta. Spirito di mediazione, capacità di dialogo e di coinvolgere una comunità sono essenziali. È richiesta la padronanza del francese e dell’italiano, gradite nozioni di latino e di schwizerdütch.
Offriamo: una posizione di rilievo in una diocesi che si estende tra la Savoia imperiale e i cantoni svizzeri sovrani, un alloggio di funzione in terra libera, i mezzi necessari per agire e l’opportunità di affrontare sfide spirituali e umane in un contesto ricco ed esigente.
Per candidarsi, inviare lettera e curriculum a iZaac duSaleve, avvocato della Repubblica di Ginevra, entro l’autunno 1473.
À Straßbourg (AAP) - Il existe, dans nos Royaumes, une nouvelle corporation en plein essor : celle des Ouin-Ouin du grand chemin.
On les reconnaît facilement. Ils se plaignent à la taverne, soupirent devant les frontières fermées, s’étranglent devant les lois martiales et découvrent, avec une stupeur toute neuve, qu’un territoire possède des règles. « On ne peut plus voyager ! »« On ne peut plus lever une armée ! » « On ne peut plus faire ce que l’on veut ! » La complainte est belle. Elle pourrait presque arracher une larme au bourreau.
Mais voilà le petit détail que certains oublient soigneusement : la liberté n’a jamais signifié que chacun pouvait faire ce qu’il voulait, où il voulait, quand il voulait, sans jamais rencontrer ni loi, ni prévôt, ni juge. Le monde serait certes plus simple. Les brigands pourraient voler tranquillement, les armées privées traverser les provinces comme des processions religieuses et les conseils pourraient ranger leurs prisons au grenier. Malheureusement pour les amateurs de chaos, il existe encore des tribunaux.
Alors que faire ? Continuer à pleurnicher devant chaque porte fermée ? Écrire dix courriers pour expliquer que l’on est un voyageur innocent mais absolument incapable de supporter la moindre formalité ? Maudire les prévôts qui font simplement appliquer les décisions de leurs autorités ? Ou peut-être lever une bannière. Car la solution existe depuis longtemps.
Une bannière, ce n’est pas seulement un morceau de tissu attaché à un bâton. C’est une organisation reconnue, une identité, une manière de voyager sans passer son existence à expliquer pourquoi l’on voyage. Ceux qui veulent une protection collective, une structure et une existence politique peuvent simplement choisir de s’organiser. Et pour ceux qui trouvent que les royaumes voisins ferment trop de portes, il reste toujours Genève.
La petite République helvétique, fidèle à sa tradition, continue d’offrir ce que beaucoup réclament à grands cris ailleurs : la liberté de lever sa bannière sans rançon, sans impôt caché, sans formulaire interminable et sans garde-frontière demandant trois certificats avant de laisser passer un cheval. À Genève, c’est simple. Tu veux une bannière ? Lève-la. Tu veux voyager ? Voyage. Tu veux t’organiser ? Organise-toi. Pas besoin de supplier, pas besoin de pleurer, pas besoin d’accuser le monde entier d’être injuste parce qu’il existe encore des lois.
Alors aux grands mélancoliques des routes, aux éternels mécontents qui passent plus de temps à dénoncer les contraintes qu’à chercher des solutions : rangez les mouchoirs, sortez les étendards. Et si vraiment plus personne ne veut de vos belles aventures ailleurs. Il y aura toujours Genève. Là-bas, la bannière est libre. Et c’est même gratuit.
Gaspard de la Goupille dit Gégé, pour l'AAP agence des Terres au Milieu
08/07/1474la giustizia iberica colpisce dopo la guerra del Portogallo
A Straßburgo (AAP) - La guerra non termina necessariamente quando gli eserciti cessano le loro manovre. Spesso essa cambia forma. Il campo di battaglia è soltanto uno dei teatri nei quali si esercita la volontà politica; quando la forza militare ha raggiunto il proprio obiettivo immediato, lo Stato cerca di consolidare il risultato ottenuto attraverso gli strumenti che gli restano disponibili. È in questa logica che deve essere osservata l’ondata di condanne pronunciate negli ultimi giorni nel Regno d’Aragona e nella Corona di Castiglia e León.
Dopo la ritirata militare delle forze dell'Ordo Negrum Equites e dei loro alleati in Portogallo, dopo la perdita delle loro posizioni nei contadi di Coimbra e Porto, una parte dei combattenti sconfitti ha abbandonato il teatro delle operazioni per disperdersi nei territori vicini. Ma l’evacuazione di un esercito non significa necessariamente la fine del conflitto. Gli sconfitti portano con sé non soltanto le armi deposte, ma anche le conseguenze politiche del loro impegno. È allora che i tribunali prendono il posto degli eserciti.
A Calatayud, sotto l’autorità del giudice Turokmz, è stata pronunciata una notevole successione di sentenze contro diverse decine di individui. La ripetizione delle decisioni testimonia meno una serie di casi isolati che la volontà di affrontare un fenomeno collettivo: quello di uomini considerati non più come nemici su un campo di battaglia, ma come partecipanti a un’impresa diretta contro l’ordine costituito.
Anche in Castiglia, la giustizia di Burgos, sotto la magistratura di Elaine.j, segue una linea analoga. Le condanne per alto tradimento colpiscono diversi ex combattenti del conflitto portoghese. Le pene pronunciate, multe, detenzioni e talvolta condanne capitali, traducono un’idea fondamentale: per le autorità, la vittoria militare deve essere accompagnata da una vittoria politica.
La guerra è un atto di volontà destinato a imporre una decisione all’avversario. Tuttavia, la decisione militare ottenuta in Portogallo sarebbe incompleta se le forze sconfitte potessero ricostituirsi, riorganizzarsi o riprendere la propria azione sotto un’altra forma. La distruzione della capacità militare nemica non si arresta dunque alla dispersione degli eserciti; essa comprende anche la neutralizzazione delle reti, dei sostegni e delle fedeltà che ne hanno permesso l’esistenza.
Occorre tuttavia distinguere due dimensioni di questa fase successiva al combattimento. La prima è militare: impedire a un avversario sconfitto di recuperare una capacità offensiva. La seconda è politica: affermare la legittimità dell’ordine ristabilito dalle armi. Così, le aule di giustizia d’Aragona e di Castiglia diventano, a loro modo, un’estensione del fronte portoghese. Là dove i soldati ottengono una vittoria attraverso il movimento e la costrizione, i magistrati cercano ora di produrre una vittoria duratura attraverso la legge.
La guerra, nella sua realtà più profonda, non è soltanto lo scontro degli eserciti. Ben ingenuo è colui che pensa che, avendo conquistato tre incroci nella campagna aperta, un castello e due villaggi, abbia già vinto. La guerra è la lotta delle volontà che prosegue fino a quando una delle parti, attonita, silenziosa, ridotta all’immobilità nelle catene, impiccata ed esposta alle forche patibolari, accetta definitivamente la decisione imposta dall’altra. Le spade si sono momentaneamente abbassate.
La politica, invece, continua la battaglia. Il registro delle condanne assomiglia ormai meno a un ruolo d’udienza che a un inventario di campagna: decine di imputati, qualificazioni identiche, verdetti severi. La formula ritorna incessantemente: «Pena di morte». Per il momento, in Aragona come in Castiglia, i giudici hanno risposto: la guerra continua, ma ha cambiato campo di battaglia. Dopo i villaggi portoghesi, sono ora i tribunali a far risuonare le campane.