12/02/1474Molti uomini, pochi ordini e troppe voci
Siena (AAP) - A Tolosa non si contano più le spade, ma si continuano a contare le brocche. In questo giorno la città accoglie centotrentadue anime per settantasette abitanti censiti, fatto che induce gli osti a sostenere che la guerra, anche quando non dichiarata, resta la migliore alleata del commercio.
Il numero è instabile: agli arrivi seguono le partenze, e alle partenze altri arrivi. Tutti, o quasi, vengono a richiedere l’agrément tolosano, quel sigillo discreto ma indispensabile che consente di sostare senza provocare incidenti diplomatici né prediche municipali.
Alle porte della città sostano due armate, ferme come certezze mal spiegate. La prima, comandata da Nessia, si presenta senza giri di parole con il nome
“Andate pure a farvi cuocere il didietro”. È silenziosa e non recluta nessuno.
La seconda, “SEVEN vs ONE”, è guidata da un nome che circola più delle sue truppe: White, detto l’Imparziale, condottiero savoiardo ben noto tanto nelle cancellerie quanto sui campi di battaglia. Anche qui nessun appello ai volontari, nessun manifesto, nessun sergente reclutatore. L’armata è presente, ma non chiede altro se non di essere lasciata in pace.
White si riconosce senza che abbia bisogno di presentarsi. Di statura solida senza eccessi, dall’aspetto atletico più che massiccio, con sguardo chiaro e portamento diritto, emana una rara autorevolezza che non scivola né nell’arroganza né nella spacconeria. Una cicatrice visibile sull’avambraccio sinistro ricorda a chi ancora lo ignorasse che quest’uomo non si è fatto un nome nei salotti.
Militare di carriera, formato nell’oste di Savoia, già luogotenente generale, fondatore dell’Armata dei Septs, è tra coloro che hanno attraversato più guerre di quante la maggior parte degli uomini abbia attraversato province. Si dice di lui che manchi crudelmente di pazienza quando si tratta di incompetenza o di sicurezza, che trovi sempre una soluzione a ogni problema e che trovi anche, forse con troppa facilità secondo alcuni, il sorriso quando una donna incrocia il suo cammino.
A Tolosa, tuttavia, non sfila. Osserva. Attende. E forse è proprio questa calma a inquietare di più, mentre il suo suzerano imperiale leva le proprie insegne in Italia.
A queste due armate si aggiunge il ricordo recente di quella di Arthur, già partita per il Portogallo passando per Roncisvalle, lasciandosi alle spalle qualche debito, panche spaccate e molte domande senza risposta.
Le taverne, invece, non si pongono alcuna domanda: sono colme. Vi si parla meno di battaglie che di strade, meno di cause che di destinazioni. Portogallo, Italia o semplicemente “altrove”. I soldati mangiano, bevono, ridono e giurerebbero quasi di trovarsi lì per puro caso.
Nel frattempo, fuori da Tolosa, le parole viaggiano più in fretta degli uomini. In Italia alcune penne veneziane e siciliane sostengono che l’Imperatore Sigismondo proteggerebbe l’Ordo Negrum Equites. Affermazione audace, quando tutti sanno che proprio in Portogallo egli invia il suo miglior generale per combatterli.
Contraddizione ? Menzogna ? O semplice abuso di pergamena ? A Tolosa la questione viene risolta con saggezza: si serve un altro giro. La città trabocca. Le armate non reclutano. I generali osservano. La propaganda si agita altrove.
Livia Saracena per la KAP, agenzia della terra in Mezzo
Siena (AAP) - Mentre le mappe degli stati maggiori si riempiono misteriosamente di vermi, bachi, si precisa, probabilmente per non tradire la metafora tessile, i mercati traboccano di seta e le informazioni, invece, scarseggiano. Troppo scarse. Tanto da far sospettare che gli eserciti ammassati attorno a Siena abbiano sottoscritto un patto di silenzio più solido delle loro stesse mura.
Le domande si accumulano, le risposte evaporano. In assenza di chiarimenti, qualcuno propone persino di arruolare un esercito di giornalisti: iniziativa audace in un conflitto dove la verità sembra aver disertato ben prima delle truppe.
Sulle piazze il tono si alza. Volano insulti, si promettono finali poco eleganti, si evoca Guastalla come altri evocano l’Apocalisse. Poi, però, l’isteria rientra rapidamente: carte alla mano, si controlla se la strada passi davvero da lì. Perché la guerra va bene, certo, ma non al prezzo di una deviazione inutile.
Ognuno offre la propria lettura strategica. C’è chi giura di aver respinto il nemico già nella prima notte, prova, a loro dire, di una vittoria schiacciante. Altri ricordano che morire volontariamente fa parte del piano, soprattutto quando consente di tornare a dormire nel proprio letto. Il tutto mentre qualcuno gioca a briscola in tende già vuote: segno inequivocabile o di un controllo assoluto del territorio, o di un notevole talento per la messinscena.
A Mantova, naturalmente, nessuno è mai entrato. Non per impossibilità, ma per scelta. Distinzione fondamentale. La città è inespugnabile, lo sanno tutti, soprattutto quelli che non hanno nemmeno provato. Gli eserciti, dal canto loro, appaiono e scompaiono con la disinvoltura di un cavallo ben nutrito: oggi a Guastalla, domani altrove, senza che ciò turbi più di tanto i cronisti ufficiali.
Che cosa è successo, allora ? L’esercito Aquila et Leo, comandato dal generale Jagermeister e di stanza a Mantova, sarebbe stato colto di sorpresa non tanto dall’opportunismo veneziano quanto da una vistosa lacuna nella propria catena di comando. Sua Maestà Serenissima Oriente non si è limitata a scompaginare le forze avversarie, sette morti e un ferito grave contro un morto e un ferito lieve tra le truppe veneziane, ma avrebbe addirittura fatto il suo ingresso a Modena.
I processi ? Rimandati. Le grazie ? Concesse con generosità. Dopotutto, perché accanirsi contro simpatici giocatori di carte svegliati per errore in mezzo alla campagna ? L’Auxilium, nel frattempo, continua a produrre soprattutto delusione, nonostante un’affluenza record nella capitale, quasi 240 anime, e, dettaglio non trascurabile, nessuno scandalo coniugale degno di nota. Una guerra senza corna: forse è questa la vera anomalia.
Ai margini dei combattimenti, la conversazione scivola naturalmente verso la botanica: margherite, pomate miracolose, controllo qualità dei prati. La guerra è una cosa seria, certo, ma nulla vieta di discuterne come durante un picnic mal riuscito.
Alla fine, tutti si congratulano: si è respinto, si è scelto di morire, si è graziato, si è ironizzato. La logica, invece, è stata cortesemente invitata a restare all’ingresso. Ma rassicuriamoci: finché le mappe resteranno piene di vermi e i discorsi di certezze contraddittorie, il conflitto godrà di ottima salute.
E come sempre, tutti hanno vinto. Tranne, forse, la realtà.
09/02/1474À Sienne, quand l’acier suisse tient les murs
Straßbourg (AAP) - La guerre, longtemps contenue dans les conseils et les chancelleries, a franchi les frontières de la République de Sienne pour s’inscrire dans ses terres. Des forces relevant du Royaume des Deux-Siciles, accompagnées de contingents turcs, ont pénétré par le sud sur le territoire siennois, sans déclaration préalable, transformant un débat politique en fait accompli militaire.
Face à cette intrusion, le gouvernement de la République a choisi de répondre non par l’agitation, mais par l’ordre. Dans les heures suivant l’entrée des troupes étrangères, le Préfet a fait enregistrer une série de dénonciations pour haute trahison, fondées sur l’article 25.4 du Code pénal, relatif à la tentative de sécession d’avec le Saint-Empire et à son incitation. Dix-huit signalements ont ainsi été déposés entre le 31 janvier et le 1er février 1474.
Par cet acte, le pouvoir a fixé le cadre du conflit : l’invasion n’est pas seulement une agression extérieure, mais un crime contre l’ordre impérial et communal. Le droit a ainsi été employé comme première ligne de défense, non pour remplacer les armes, mais pour désigner l’ennemi, séparer les loyaux des suspects, et rappeler que la souveraineté ne se perd pas tant que la République conserve le pouvoir de juger.
Cependant, tandis que la loi parlait à Sienne, la guerre se faisait déjà entendre sur les confins. À Orbetello, place clé du littoral, deux armées de la Steel Legion se sont présentées aux portes de la cité. Les assauts nocturnes menés par les contingents turcs ont été contenus par une défense résolue. Les murailles ont tenu, malgré des pertes sensibles, et la ville est demeurée fermée à l’ennemi.
La pression ennemie s’est ensuite brisée non sur la pierre, mais sur le manque de vivres. L’une des armées assiégeantes s’est retirée, réduite par la faim, laissant ses alliés dans une position d’impuissance. Ainsi, la République a rappelé qu’en temps de guerre, la privation peut être une arme plus sûre que le fer.
À Sienne même, les forces impériales se sont préparées à soutenir l’épreuve. Sur les murs de la capitale, les mercenaires suisses, ici de la Fraternité Noire, vétérans de tous les conflits, ont pris position. Leur réputation n’est plus à faire : disciplinés, endurcis, accoutumés aux terrains difficiles comme aux sièges prolongés, ils incarnent cette vérité souvent répétée par les stratèges avertis que l’infanterie suisse est faite pour la guerre et pour la soutenir jusqu’à l’extrême.
En les appelant à défendre ses murailles, le Saint Royaume Impérial Nobiliaire Germanique n’a pas seulement engagé des armes, mais du temps : celui qu’offre une troupe capable de tenir sans céder à la peur ni à la fatigue. Car en politique comme en guerre, celui qui tient plus longtemps impose ses conditions.