16/09/1474Il ballo dopo la guerra, le confidenze prima della prossima battaglia
Straßbourgo (AAP) - Ci sono i racconti che si fanno all’indomani delle battaglie, quelli che si riservano alle cancellerie, e poi ci sono quelli che si raccontano attorno a un tavolo, tra un bicchiere, una musica e qualche passo di danza.
Dopo le cerimonie della Concordia Imperiale e la fine della guerra del complimento, Strasburgo aveva scelto la luce, i drappeggi, gli ori e le candele. Il Grande Ballo della Concordia doveva chiudere il tempo delle armi e offrire alla Corte imperiale una serata in cui si potesse finalmente parlare d’altro che di guerra. Finalmente quasi.
In un’intervista concessa a madame Filangieri, nostra eminente collega dell’agenzia veneziana della KAP, Gianlupo torna a lungo sulle Brigate Internazionali Libertarie, sui loro uomini e sulle loro donne, sulle loro battaglie, sui loro viaggi, sui loro nemici e soprattutto su quello strano modo che hanno di considerare le frontiere come semplici linee tracciate su una carta.
Da Ginevra al Portogallo, passando per la Savoia e la Franca Contea, le BIL raccontano il proprio percorso senza preoccuparsi troppo dei permessi. Rivendicano un gruppo aperto, fondato sull’individuo, sull’avventura, sulla comunità e sulla lotta contro quelle che considerano ingiustizie e strutture di potere.
L’intervista torna anche sugli scontri con l’Impero, sulla spedizione portoghese e sui conti che le BIL ritengono di dover saldare. Gianlupo vi espone una concezione singolare della guerra: nessuna vittoria definitiva, nessuna sconfitta definitiva, ma una lotta permanente e l’accettazione delle conseguenze delle proprie scelte.
Il discorso diventa ancora più direttamente politico quando viene affrontata la questione dei rapporti con ONE e delle accuse rivolte ad alcune reti di potere imperiali. Gianlupo rivendica allora il diritto delle BIL a tenere un discorso etico sui propri avversari e afferma che la loro indipendenza poggia proprio sul rifiuto di titoli, terre, onori e incarichi.
A Venezia, si interrogano coloro che dichiarano di non voler mai smettere di combattere. E tra le due cose corre tutta la distanza che separa un ballo imperiale da una compagnia che rivendica come proprio motto: « Todo para todos, nada para nosotros. » I nostri lettori sono dunque cordialmente invitati a recarsi dai nostri eminenti colleghi dell’agenzia veneziana per scoprire l’intervista integrale a Gianlupo.
Guardate ciò che accade. Si chiude Venezia e tutti i suoi confini, e si arriva a esigere un lasciapassare per entrare nella propria capitale se si ha avuto la sventura di uscirne; si vieta a tre miglia dalle sue coste ogni imbarcazione che non abbia chiesto licenza, pena l'affondamento senza nemmeno l'intimazione di fermarsi. Si chiude la Castiglia da diciotto mesi ormai compiuti, quand'anche i comunicati ufficiali proclamino essi stessi che il nemico è vinto, disciolto, imbarcato e in fuga, come se la segreta, una volta costruita, non avesse più bisogno di un prigioniero per continuare a esistere. Si chiude la Bretagna, e vi si trascina davanti ai giudici chi ha semplicemente attraversato una linea tracciata su una carta, come se quella linea avesse il potere di fare di un uomo un criminale laddove, il giorno prima, non era che un viaggiatore.
E il popolo di queste province, che cosa fa? Il più delle volte, si accomoda alla sua segreta, e arriva persino ad adornarla. Si dice protetto piuttosto che rinchiuso. Confonde la sua contea con un rifugio, mentre non ne è che la cella allargata. Ho letto il racconto di un uomo che fu ambasciatore, consigliere, onorato perfino dalla patria che aveva servito, e che oggi si trova processato per tradimento per aver avuto, semplicemente, la propria casa dall'altra parte di un confine appena chiuso. Ecco quanto valgono i titoli e i gradi in una provincia diventata prigione: nulla, se non che rendono il prigioniero ancora più sorpreso nello scoprirsi tale. Lo si era decorato; lo si rinchiude. Lo si era detto figlio della patria; lo si dice straniero. Il sigillo non ha cambiato forma, è la mano che lo appone ad aver cambiato umore.
Strasburgo (AAP) – L’Imperatore del Sacrum Romanorum Imperium Nationis Germanicæ, Merkarios Aklvruzar, ha decretato la fine della libera circolazione delle genti fra le provincie dell’Impero.
La decisione della massima autorità imperiale con sede a Strasburgo è stata vergata il primo giorno di settembre 1474, dopo un confronto, si legge nel comunicato emesso, con i governanti che siedono nella Dieta Imperiale. La liberazione circolazione dei cittadini tra le terre imperiali e tra queste e il Marchesato di Provenza e il Principato d’Artois, era stata decisa lo scorso 30 marzo 1474 dal compianto, forse non da tutti, Imperatore Sigismondo Alessandro dei Lante, le cui venerabili spoglie mortali riposano nella cripta della Chiesa di Massa, nel Ducato di Modena.
All’epoca dei fatti, l’Impero era stato coinvolto in una guerra su più fronti, per cui la scelta di optare per la libera circolazione delle persone era dettata da necessità logistiche legate allo spostamento, spesso repentino, di soldati e merci verso le aree di scontro diretto con i nemici. Soldati di ogni nazionalità erano, infatti, chiamati a spostarsi velocemente, a seguito dei loro generali, da una città all’altra. Il rischio di disguidi burocratici e di errori tattici sarebbe stato troppo alto.