21/05/1474nascere a Padova diventa un crimine di Stato
Verona (AAP) - Nella Serenissima, la giustizia continua la sua gloriosa marcia contro i più pericolosi nemici del regime: i neonati. Ultima impresa della procura veneziana: il processo contro la cosiddetta 0riente, accusata di “alto tradimento” per essere entrata senza autorizzazione nel territorio serenissimo pur sostenendo d’essere nata a Padova e di non aver mai attraversato alcun confine se non uscendo dal ventre materno. La vicenda avrebbe potuto concludersi lì, con un sospiro imbarazzato e un discreto proscioglimento. Sarebbe però stato sottovalutare l’attuale amministrazione di guerra, che sembra considerare la logica una debolezza strategica.
L’atto d’accusa occupa una sola riga: l’imputata sarebbe entrata nel territorio della Serenissima senza permesso. La difesa replica immediatamente che la giovane è padovana di nascita, troppo giovane perfino per viaggiare da sola, e produce persino una lettera di benvenuto inviata dal tribuno locale ai nuovi abitanti. Sfortunata imprudenza: la lettera è datata 1476, ossia due anni nel futuro. A Venezia forse manca la michetta, ma evidentemente si dispone di messaggeri capaci di attraversare il tempo.
Il testimone Agramante, sindaco, tribuno e apparentemente filosofo dei nomi propri, conferma comunque che la fanciulla è davvero nata sul posto, prima di aggiungere che il vero problema potrebbe essere il nome “0riente”, troppo simile a quello della regina Oriente. Si suggerisce quindi seriamente all’imputata di cambiare identità per evitare confusioni diplomatiche. Così, nella nuova Venezia, si può essere condannati meno per ciò che si fa che per una somiglianza ortografica.
Il pubblico ministero, ben lontano dal lasciarsi frenare dall’assenza totale di prove, decide allora di attaccare l’aspetto fisico dell’imputata, descritta come “cenciosa e malsana”, dunque pericolosa per l’igiene pubblica. Non è ancora chiaro da quando la sporcizia costituisca prova giuridica di spionaggio, ma la dottrina sembra avanzare rapidamente nei tribunali lagunari.
La difesa, dal canto suo, ricorda sobriamente alcuni principi elementari: assenza di testimoni, assenza di avvistamenti, assenza di prove d’ingresso illegale, impossibilità materiale per una neonata di attraversare frontiere sorvegliate da eserciti in assetto aggressivo. Fatica sprecata.
Il giudice Amantir Moriarty De Cai condanna infine 0riente a otto giorni di prigione per alto tradimento. E per dimostrare che la giustizia veneziana non colpisce a caso, i registri dello stesso giorno annunciano ulteriori morti e condanne: Razielon, Korhan, Mihribann e Nindalf muoiono in detenzione o in seguito agli eventi giudiziari, mentre Miss_kapriz e Semiramir ricevono ciascuno dieci giorni di carcere.
Nella Venezia di oggi, conviene ormai entrare con un esercito balcanico piuttosto che con un nome sospetto.
20/05/1474 la guerra che avanza senza sapere dove va
Firenze (AAP) - Da diverse settimane le cancellerie dell’Impero e dell’Aegis moltiplicano proclamazioni, giuramenti, comunicati solenni e inventari delle forze schierate. Le carte cambiano, gli eserciti si muovono, le città passano talvolta di mano o di statuto, e tuttavia si impone un’impressione persistente: quella di un conflitto la cui meccanica funziona a pieno regime, ma il cui obiettivo resta introvabile.
Perché, man mano che le dichiarazioni si accumulano, emerge una costante. Nessuno dei due campi sembra in grado, o disposto, a formulare una condizione di uscita chiara, misurabile, opponibile.
Aegis afferma di non negoziare, precisando al contempo di aver rifiutato dei negoziati. Ma soprattutto non parla più di territori, né di assedi, né di concessioni limitate. Il linguaggio è scivolato verso un registro più diffuso: “cambiamenti necessari”, “trasformazione di SRING”, “condizioni politiche preliminari”. Formulazioni che spostano il centro di gravità del conflitto fuori dal campo militare classico, collocandolo in una zona più sfumata, dove la vittoria non si misura più in città conquistate ma in strutture presuntamente corrette.
Di fronte a ciò, l’Impero risponde con un’altra forma di continuità: la resistenza, la stabilità, la protezione delle province, la gratitudine verso gli alleati e la tenacia dei soldati. Anche qui, il racconto è solido, strutturato, coerente. Ma si fonda sulla stessa assenza: quella di un punto di arresto definito in altro modo rispetto alla semplice scomparsa della minaccia.
Così, ciascun campo descrive un orizzonte che dipende interamente dalla trasformazione dell’altro, senza mai fissare una soglia comune che permetta di dire: “basta”.
Di fatto, ciò produce una situazione singolare. Gli eserciti sono mobilitati, i fronti esistono, le perdite e gli sforzi sono reali, ma la guerra sembra essersi distaccata da qualsiasi meccanismo di risoluzione identificabile. Non mira più a un oggetto condiviso, ma a narrazioni incompatibili di ciò che dovrebbe diventare il nemico.
I diplomatici parlano ancora di pace, ma la pace stessa diventa una variabile condizionata, sospesa a trasformazioni interne, garanzie politiche o riorganizzazioni strutturali che sfuggono a qualsiasi definizione operativa immediata.
In questo contesto, i territori stessi, Venezia, Siena, Firenze, Verona, appaiono meno come obiettivi che come supporti provvisori di una narrazione militare più ampia, in cui ogni posizione conquistata o perduta non avvicina necessariamente a una conclusione, ma solo a un nuovo stato temporaneo del conflitto.
Alcuni osservatori parlano già di una guerra “senza esterno”, in cui non esiste più un chiaro fuori diplomatico, ma solo una successione di interni nemici che si ridefiniscono reciprocamente.
Altri vi vedono una conseguenza logica delle guerre prolungate: quando la vittoria diventa difficile da distinguere dalla semplice continuità delle operazioni, il conflitto smette di essere un percorso per diventare uno stato.
Nelle cancellerie, tuttavia, il linguaggio rimane fermo. Si parla di coraggio, resistenza, legittimità, dovere. Ma tra le righe persiste una domanda semplice, che nessuno formula direttamente nei comunicati ufficiali :
Cosa significa ancora “vincere” una guerra in cui nessuno dei due campi descrive con precisione la fine?
Per il momento, la risposta non esiste. E gli eserciti, nel frattempo, continuano ad avanzare in uno spazio in cui la strategia resta chiara, ma la destinazione si è progressivamente dissolta.
Straßbourg (AAP) - Il est des manies de cour qui naissent moins de la nécessité que du désir d’imiter quelque élégance étrangère. Jadis, les princes et les clercs s’enfermaient dans le latin, langue noble sans doute, mais qui permettait surtout aux gens de pouvoir de parler entre eux sans être troublés par la compréhension des peuples. Aujourd’hui, à Strasbourg, l’on semble avoir remplacé une tour d’ivoire par une autre : le latin des docteurs a cédé la place à l’anglais des salons. Il faut pourtant rappeler une vérité simple : un Empire ne se gouverne pas dans une langue d’emprunt, mais dans les langues de ceux qui le composent.
Le Saint-Empire n’est pas un comptoir lointain ni une académie d’érudits flottant au-dessus du monde. Il est fait de villes allemandes, de provinces italiennes, de terres françaises, de ports néerlandais et de marches slovènes. Il possède déjà cinq langues vivantes, cinq langues d’usage, cinq langues de gouvernement naturel : l’allemand, le français, l’italien, le néerlandais et le slovène.
À quoi bon donc faire passer toute pensée politique par le détour d’un idiome supplémentaire, étranger à presque tous ? Car la langue n’est pas seulement affaire de style, elle est affaire de précision. Plus un texte voyage, plus il s’abîme. Ce que l’on gagne en apparente universalité, on le perd en exactitude. Les marchands connaissent mieux cette vérité que bien des ministres : chaque intermédiaire prélève son coût. Il en va de même des mots. Un texte traduit une fois est déjà un compromis, un texte traduit deux fois est un risque, un texte pensé dans une langue étrangère pour être retraduit ensuite dans les langues des provinces est une invitation à l’ambiguïté, au contresens et à la dispute juridique.
Comme pourrait le dire un bon secrétaire de chancellerie : « Texte traduit deux fois, faute multipliée par deux. » Ou plus sèchement encore : « Là où l’on traduit deux fois, l’erreur règne en maître. »
Un édit rédigé d’abord en anglais devra être compris par son auteur, interprété par un traducteur, puis adapté dans les langues provinciales. Entre la première plume et la dernière lecture, combien de nuances perdues ? combien d’intentions déformées ? combien de formulations devenues équivoques ? Et pour quel bénéfice ? Celui de donner à la cour l’illusion d’une modernité importée. Il y a là une ironie singulière : on prétend unifier l’Empire en lui ajoutant une langue qui n’est celle d’aucune de ses fondations. Comme si l’on voulait renforcer un pont en lui retirant une arche.
Les humanistes de notre siècle ont pourtant combattu pour que les savoirs quittent les langues de caste et descendent enfin vers les peuples. Écrire dans la langue vulgaire n’était pas une concession au commun, mais une reconnaissance de la réalité politique : on gouverne mieux ce que l’on peut nommer clairement. Il devrait en aller de même pour l’administration impériale.
Que l’Empire parle allemand à l’Allemagne, italien à l’Italie, français aux terres romanes, néerlandais aux Provinces maritimes, slovène aux marches orientales. Qu’il se fasse comprendre avant de chercher à paraître élégant. Car une cour qui choisit une langue étrangère pour parler à son propre Empire finit tôt ou tard par ne plus parler qu’à elle-même. Et l’histoire montre qu’un gouvernement compris de personne est rarement compris de lui-même.
À Genève (AAP) - C’est l’histoire d’un gars, on lui explique la géopolitique. Enfin, “on lui explique”… façon de parler. On lui dit surtout : « Toi, mon grand, t’es sujet. » Sujet de qui ? Ah ben ça dépend du jour. Lundi, sujet du Roi de France. Mardi, sujet de l’Empereur. Mercredi, sujet de la couronne portugaise. Jeudi, de la Sérénissime. Vendredi, de la Mazovie, qui est grosse surtout sur les cartes parce qu’en vrai elle a l’air de maigrir à vue d’œil.
Le gars, lui, il aime juste déménager tous les trois mois, il comprend pas trop. Mais il est content. Parce qu’on lui a donné l’essentiel : un mode d’emploi simple. « Toi, t’es gentil. Les autres, c’est les méchants ». Déjà, quand t’as ça, t’as fait 80 % de la politique étrangère.
Après on lui dit : « Maintenant tais-toi et suis. » Alors il suit le meneur. Il suit où ? Dans un bled de trente clampins, généralement. Trente mecs, deux poules, un puits et une mairie qui ressemble à une boîte à chaussures humide. Les mecs du village passent leur temps à dire : « Ah là là, on n’est que trente, personne nous aide, même pas le Ciel, c’est scandaleux. » Mais dès qu’en face ça arrive pour investir le village, là d’un coup :
« Pas touche à notre souveraineté locale ! » Faut suivre.
Alors à l'autre, on lui explique la stratégie. « Retire tes miches du marché. Fais de l’attrition. » Le gars, déjà, il sait pas ce que c’est, l’attrition. Il croit que c’est une maladie de peau. Mais on lui dit que c’est noble. Ça consiste à rester assis dans une ville pendant trois semaines en regardant les autres rester assis hors les murs de la ville. Une sorte de camping militaire, sans merguez.
Et pendant ce temps-là, faut haïr son prochain. Pas physiquement, non, attention, on investit, on ne tape pas. On insulte. C’est très stratégique. On lui dit : « Crache sur son goût de la morue avariée. » « Dis-lui que ses pâtes sont mal cuites. » « Rappelle-lui son amour du petit pain viande-salade-tomate-oignon. » « Moque son fromage qui pue, sa saucisse fumée et ses coutumes alimentaires douteuses. » En gros : la guerre de civilisation ramenée au niveau du buffet de taverne.
Le gars applique. Parce qu’il est loyal. La loyauté, c’est important. C’est quand tu fais exactement ce qu’un autre a décidé pour des raisons que t’ignores, contre des gens qui font exactement pareil de l’autre côté.
Et là, surprise : en face, tu tombes sur un Savoyard comme toi. Même accent, même bouffe, probablement le même cousin. Mais lui aussi suit son chef. Parce que lui aussi, on lui a parlé de loyauté. Tu regardes autour. Y a des Vénitiens. Des Ottomans. Des Florentins. Des Teutons. Des Berrichons. Des Français. Des Impériaux. Des Portugais. Tu te dis : « Ah, voilà des nations. »
Pas du tout. C’est juste des petits clans avec des noms plus ou moins prestigieux, qui suivent chacun leur grand chef comme des canetons sous pralines de Lucifer. Le mec finit donc au Portugal. Pourquoi ? Pour défendre l’honneur du Saint Empire. Sous commandement français. Contre un Ordre qu’on accuse d’avoir infiltré le Saint Empire. Ordre que d’autres combattent à Sienne et à Vérone avec des alliés qui sont alliés avec des gens alliés à d’autres gens qui, globalement, sont contre leurs alliés d’hier.
Tu suis ? Non ? Eux non plus.
Pendant ce temps, les impériaux anti-impériaux vont combattre au Portugal, les impériaux pro-impériaux vont combattre en Italie, les anti-clans sont menés par des clans, et les défenseurs de la liberté demandent surtout qu’on obéisse sans discuter.
C’est très cohérent, faut juste être bourré. Bref, c’est l’histoire d’un gars. Au fond, il s’en fout un peu de Coimbra, de Sienne, de Vérone, de Porto ou de Varsovie. Lui, tout ce qu’il voulait, c’était taper son voisin. Pas de bol.
Ici, on tape pas. On investit. Et on attend. On attend quoi ? Que les chefs de clans aient fini leur sudoku diplomatique et décident que bon, finalement, tout le monde peut rentrer à la maison. En attendant, le gars campe dans un village de trente pignoufs, regarde pousser l’herbe, et découvre que la grande guerre civilisationnelle ressemble surtout à une colonie de vacances organisée par des paranoïaques.
16/05/1474Saint-Empire : Merkarios dévoile son Conseil impérial
Straßbourg (AAP) - Deux jours de consultations, d’âpres conciliabules et de tractations de couloir auront suffi à Merkarios Aklvruzar, nouvellement proclamé Empereur des Romains, pour dévoiler l’architecture de son futur gouvernement. Dans un communiqué solennel publié ce jour, le souverain a officialisé la composition du nouveau Conseil impérial, appelé à prendre immédiatement ses fonctions.
Le texte, abondamment formulé dans la plus pure tradition de majesté impériale, annonce une équipe présentée comme destinée à garantir « continuité, stabilité et coopération constructive ». Une ambition classique, mais qui masque déjà plusieurs signaux politiques notables.
À la tête de l’appareil administratif, Landry Baccard di Leostilla est nommé régent, tandis que Lucas d’Irissarri prend la charge stratégique d’archichancelier. La haute intendance revient à Helise Morosini Valmont, confirmant la volonté de Merkarios d’entourer son pouvoir d’un noyau administratif resserré.
Le "pôle civil" se distingue par une concentration remarquable des fonctions : Garsande.lucile Meridio Ducastel de Montecano cumule ainsi les postes de ministre des Affaires économiques et d’Intendante du Domaine royal, signe manifeste d’une confiance personnelle appuyée, ou d’une certaine difficulté à répartir les charges.
Aux Affaires étrangères, Nicolò Leone Arnod Sforza prend en main un portefeuille à haut risque dans un Empire toujours traversé de secousses militaires, de Sienne à Venise. Plus de 10 % de la population générale demeure actuellement mobilisée sous les bannières impériales (NDLR), signe qu’à Strasbourg, la paix reste une abstraction administrative.
Le ministère militaire est confié à Glamoran Alissa I Stewart, entouré d’une architecture complète comprenant sénéchal, maréchal, amiral, prévôt et commandement de l’Aquilae Imperatoris.
La Justice échoit à Otello Andronico Clementi, chargé d’incarner une indépendance judiciaire dont chacun observe les contours mouvants, au gré des influences claniques et des équilibres de cour.
Au-delà des noms, c’est la composition d’ensemble qui retient l’attention. Le Conseil apparaît comme un subtil dosage entre figures institutionnelles confirmées, personnalités de confiance et représentants d’intérêts régionaux, notamment avec la présence explicite d’un représentant de Hollande, confié à Finn de Brancion.
Le maintien d’un grand nombre de postes spécialisés, jusqu’au très singulier Rampart Shield Captain, confirme également une tendance lourde de l’administration impériale : celle d’une bureaucratie toujours plus segmentée, où l’accumulation des offices semble répondre autant à des nécessités fonctionnelles qu’à des impératifs d’équilibre politique.
Dans son communiqué, Merkarios rend hommage au précédent Conseil et insiste sur la nécessité d’une transition sans délai. Le nouveau Conseil « assumera immédiatement ses fonctions », précise le texte, alors que plusieurs postes restent encore vacants et doivent être pourvus prochainement.
Cette rapidité d’installation témoigne d’une volonté claire : asseoir l’autorité du nouveau règne avant toute contestation, verrouiller les centres de décision et donner une image d’ordre après les turbulences des derniers mois.
Reste à savoir si cette impressionnante mécanique institutionnelle saura produire davantage que de beaux parchemins, longs intitulés et sceaux bien apposés. Dans l’Empire, on sait depuis longtemps qu’entre la nomination des hommes et l’exercice réel du pouvoir, il y a parfois autant de distance qu’entre Lisbonne et Varsovie.