16/07/1474les petites annonces de l'agence des terres au milieu
À Genève (AAP) - Donne foncet à venir chercher à Arles. Embarcation cédée sans contrepartie à qui saura lui offrir une nouvelle vie sur les fleuves. Pour tout renseignement complémentaire ou pour entrer en relation avec le donateur, contacter la rédaction.
Ginevra (AAP) - La cattedrale costituisce la sede di una diocesi (*), sia essa suffraganea o metropolitana, e ospita le attività del vescovo o dell’arcivescovo, assistiti dal loro consiglio diocesano. In questa cattedrale è possibile consultare il registro commemorativo, dove sono iscritti i nomi degli antichi sovrani e i loro luoghi di sepoltura; conoscere il nome del Papa e scrivergli, sebbene ciò sia generalmente vano, considerati i suoi molteplici impegni.
In realtà, sono i membri della Curia, spesso di nobile stirpe, coloro che decidono l’attribuzione delle cariche ecclesiastiche ed eleggono tra loro pontefice e cardinali; identificare la provincia ecclesiastica alla quale è annessa la diocesi, conoscere le altre diocesi di questa provincia, conoscere il nome del vescovo o dell’arcivescovo e contattarlo, sapere quando termina il mandato dell’attuale vescovo, comprendere il metodo attuale di designazione del vescovo (da parte del Papa o del Sovrano), consultare l’elenco dei candidati potenziali alla carica episcopale, aggiornato ogni domenica, scoprire la composizione del consiglio diocesano; leggere il Libro delle Virtù; attingere alle casse in caso di stallo militare.
Due anni fa, a Langres e a Luxeuil, i Tecnocrati del Caos, compagnia assai malvista dalle maréchaussées monarchiche, confiscarono ben 43.000 ducati e diversi oggetti, nel quadro della loro lotta rivoluzionaria contro le aristocrazie laiche ed ecclesiastiche. Più recentemente, è stata la sede di Autun a vedersi alleggerita di alcune migliaia di ducati da parte della compagnia artésiana del sire Amédée de Montjoye.
In effetti, se il termine diocesi indica il territorio religioso diretto da un vescovo che siede nella cattedrale e conduce tranquillamente il proprio cammino ecclesiastico per conto suo, esso designa anche una gallina dalle uova d’oro per alcuni, desiderosi di finanziare le proprie spese elettorali, e per altri, desiderosi di finanziare le proprie spese militari. Una diocesi comprende diverse parrocchie sotto la propria autorità, e la ricchezza potenzialmente accumulata da queste istituzioni è proporzionale al numero dei fedeli. Al ritmo di 10 écus per confessione, senza contare le offerte durante le messe, le entrate possono accumularsi rapidamente.
Inoltre, i confini delle diocesi non corrispondono necessariamente a quelli dei ducati. Risalgono a un’epoca che i meno di mille anni non possono conoscere, quando l’Impero romano dominava urbi et orbi e i suoi proconsoli si dividevano i frutti del lavoro delle plebi celtiche, elvetiche e germaniche per la maggior gloria dei loro Imperatores romani. Così, è facile far passare discretamente mandati o botti di vino da messa da una parte e dall’altra dei confini tra il regno dei Franchi e la terra dei Teutoni.
Tutte le diocesi appartengono a una provincia i cui confini sono spesso ignorati dal grande pubblico. In ogni provincia, una diocesi è qualificata come metropolitana, ospitando l’arcivescovo della provincia. Sebbene questa diocesi non differisca in nulla dalle altre, il suo titolare ama adornare il proprio blasone con nappe e ulteriori distinzioni. Le diocesi non metropolitane sono chiamate suffraganee. Questa distinzione, sebbene poco significativa per il profano, è di grande importanza per i chierici della Chiesa aristotelica romana, che si dividono le cattedre senza ricorrere all’elezione. Le vie del Signore restano impenetrabili e nebulose.
Una parrocchia, diretta da un parroco che risiede nella chiesa, corrisponde sempre a un solo villaggio. Tutte le parrocchie appartengono a una diocesi e, per questo motivo, è consuetudine sentir dire che tutti gli écus delle parrocchie appartengono al tesoro diocesano, salvo a Ginevra, dove si afferma che gli écus delle decime ginevrine appartengano ai ginevrini, rappresentati dal loro edilizio municipale eletto ogni 30 giorni, salvo l’ostruzione di Hobb, quando gli asini ginevrini dimenticano di pregare per un altro parroco. Il mandato di un parroco dura 45 giorni, talvolta molto lunghi quando decide di tesaurizzare gli écus delle decime.
Nella sua canonica, il parroco può conoscere lo stato della tesoreria della chiesa, alimentata dalle offerte dei fedeli durante le questue e le confessioni; preparare le cerimonie rituali (la messa), che portano gioia e virtù a coloro che hanno fede; fare una donazione alla diocesi fino a 150 ducati al giorno, modificare il messaggio del parroco, vedere chi ha assistito all’ultima messa e chi ha donato alla questua, dimettersi e benedire un matrimonio. Incredibile, non è vero ?
Il vescovo, incaricato della conduzione della diocesi, è nominato dal Papa, da un Sovrano o, in casi eccezionali come quelli di Bourges, Utrecht, Losanna, Ginevra e Angers, dal Cancelliere della Confederazione elvetica, dal coso d’Olanda, dal duca del Berry o dall’Arciduca d’Angiò, grazie a dispense ottenute con grande fatica attraverso le guerre condotte contro le monarchie vicine.
Il mandato del vescovo dura 3 mesi e 30 giorni, rinnovabile una sola volta. Egli assegna discrezionalmente gli incarichi del Consiglio diocesano tra i seguenti : Cameriere diocesano, Cancelliere diocesano, Conestabile diocesano, Legato diocesano, Penitenziere diocesano, Siniscalco diocesano. I curiosi possono scoprire le missioni e le responsabilità di queste cariche ecclesiastiche, i cui mandati durano al massimo 120 giorni. Occupare un posto nel consiglio diocesano permette di ottenere écus, secondo la posizione; influenza e numerosi amici desiderosi di farsi eleggere e bisognosi di finanziamenti per la propria campagna.
15/07/1474Où comment la Bretagne renoua avec l’ombre d’Athènes
À Rennes (AAP) - Il est des querelles qui naissent d’un homme et qui finissent par révéler le caractère d’un peuple. Car les cités ne montrent jamais davantage leur âme que lorsqu’elles doivent choisir entre punir celui qu’elles soupçonnent de les menacer et retenir leur main de peur de frapper un innocent.
Ainsi advint-il en Bretagne, où une pétition fut dressée contre Astoria, autrefois chargée de la Régence, afin que lui fussent retirées ses fonctions, ses dignités et que les juges fussent appelés à examiner les accusations portées contre elle. Ceux qui apposèrent leurs noms au bas du parchemin affirmèrent ne pas chercher la vengeance, mais vouloir rappeler que nul, fût-il puissant, ne pouvait placer ses intérêts au-dessus des lois du Duché.
Ils reprochaient à Astoria d’avoir réuni en une même personne deux rôles que la prudence politique commande souvent de séparer : celui qui garde les règles du jeu et celui qui aspire à en être le vainqueur. Ils estimaient qu’un Régent doit être semblable au magistrat qui tient la balance, non au combattant qui saisit l’épée.
Mais ceux qui s’élevèrent contre cette démarche rappelèrent une vérité ancienne : il est dangereux de donner au peuple le pouvoir de condamner avant que les juges aient parlé. Vehuia, voyant dans cette pétition moins une œuvre de justice qu’une recherche de coupable, avertit que demain une autre personne pourrait être livrée au même procédé. Selon lui, une cité ne demeure libre que lorsque la loi précède la colère des hommes.
Cette dispute rappelle celle que connurent les Athéniens lorsqu’ils instituèrent l’ostracisme. Ils n’avaient pas créé cette coutume pour punir les criminels, mais pour éloigner ceux dont la puissance paraissait trop grande pour demeurer sans danger. Un nom était écrit sur un tesson d’argile, et la cité décidait non de la culpabilité d’un homme, mais de la prudence qu’il fallait observer à son égard.
Cependant, comme le remarqua jadis Plutarque en rapportant les vies des grands hommes, les remèdes politiques peuvent devenir des poisons lorsqu’ils sont employés par les passions. Celui qui chasse un homme pour sauver la cité doit prendre garde de ne pas apprendre à la cité qu’elle peut chasser quiconque lui déplaît.
La Bretagne semble ainsi avoir retrouvé, à travers ses parchemins et ses signatures, l’antique débat des assemblées grecques. Les uns voient dans cette mobilisation une voix légitime du peuple rappelant aux puissants leurs devoirs. Les autres y voient la main des factions, la continuation des rivalités électorales par d’autres moyens.
Car une cité divisée porte toujours deux récits : chacun prétend défendre le bien commun, et chacun accuse son adversaire de le mettre en péril. Les opposants à la pétition relevèrent notamment que nombre de ses signataires appartenaient au camp ayant soutenu la candidate rivale lors de l’élection grand-ducale, y voyant la marque d’une lutte de parti plus que l’expression d’un jugement impartial. Les pétitionnaires répondirent que l’origine politique d’un citoyen ne saurait lui retirer son droit de demander des comptes à ceux qui exercent une charge publique.
Ainsi renaît l’antique querelle entre le peuple et les factions, entre la justice et la vengeance, entre la mémoire des fautes passées et l’espérance d’un avenir commun. Dans les temps anciens, Alcibiade fut l’un de ces hommes dont la grandeur et les défauts devinrent inséparables de la destinée de leur cité. Admiré pour son talent, craint pour son ambition, il fut tour à tour porté aux sommets et rejeté par ceux qui l’avaient acclamé. Son histoire enseignait déjà que les cités ne sont jamais seulement gouvernées par les lois, mais aussi par les passions qu’elles inspirent.
La Bretagne contemporaine ne grave pas les noms de ses adversaires sur des tessons d’argile. Elle les inscrit sur des listes, des pétitions et des débats publics. Mais le choix demeure semblable à celui des Athéniens : Faut-il éloigner un homme parce qu’il menace la cité, ou parce que la cité, divisée, ne supporte plus de voir en lui le visage d’un camp opposé ? Car l’ostracisme pouvait éloigner Alcibiade d’Athènes. Il ne pouvait cependant éloigner les querelles qui avaient rendu son éloignement nécessaire.
Et c’est peut-être là que se trouve la véritable épreuve de la Bretagne : non dans le sort d’Astoria seule, mais dans la capacité de ses habitants à distinguer la défense des institutions de la victoire d’une faction. Car les cités ne périssent pas toujours lorsque leurs ennemis franchissent leurs murailles. Elles périssent parfois lorsque leurs citoyens cessent de croire qu’ils habitent encore la même cité.
14/07/1474L’Arte della Brigantaggio: Trattato di Fratellanza e Libertà
Ginevra (AAP) - Udite, udite, nobili genti e fieri compagni d’avventura! In questa estate baciata dal sole, mentre le corone restano salde e le foreste sussurrano promesse di libertà, vengo a cantare la gloria del Brigantaggio. Lungi dall’essere una decadenza, esso rappresenta il culmine di una carriera ambiziosa, una via regale tracciata per coloro la cui anima è troppo vasta per l’angusto lavoro dei campi.
Entrare nel brigantaggio significa unirsi a una cavalleria dell’ombra. Là non vi è servile vassallaggio, ma una fraternità pura. Nel folto dei boschi o nella chiusa intimità delle prigioni di pietra, i cuori si aprono. È proprio in questi sotterranei, lontano dallo sguardo dei censori, che si scoprono affinità segrete e sessualità alternative, là dove l’abbraccio di un compagno diventa l’unico baluardo contro la freddezza delle mura.
Perché cercare i propri alleati nella feccia, quando i migliori sono già catalogati dallo Stato? Il vero brigante sa che il suo futuro luogotenente si nasconde nei registri dei giudici. Reclutare nelle carceri significa scegliere l’élite: coloro che hanno già sfidato l’ordine e sono sopravvissuti. Il tribunale? Frequentare procuratori, luogotenenti criminali e uomini di nobili casate non è un rischio, bensì un’attività di alto livello. Vi si incontra il bel mondo, si impara il diritto aggirandolo e si forgiano alleanze sotto il naso dei potenti.
Splendida carriera, il brigantaggio offre una ricchezza che nessun commercio potrebbe mai eguagliare: vivere ogni giorno sotto l’ombra delle forche patibolari, questi “alberi della giustizia” che non fanno altro che aggiungere pepe alla libertà; indossare la seta rubata e l’oro della gabella significa proclamarsi signore delle grandi strade; passare dal semplice tagliaborse al capo di una banda, rispettato persino dagli stessi magistrati.
Alcuni spiriti malinconici mormorano che arruolarsi nell’esercito o assumere il comando di una nave nel pieno di un procedimento giudiziario non sia altro che una vile fuga davanti all’inevitabile verdetto. Ebbene, no. Indossare la divisa o comandare un vascello non è una frode, è una lecita trasformazione. Affermare il contrario sarebbe un’impresa vana e arbitraria, poiché la legge non può scrutare i cuori né presumere le intenzioni. Che errore di giudizio!
Compagni, non temete il giudice! Il suo registro è il vostro libro degli indirizzi, e la guerra è la vostra porta d’uscita. Il brigantaggio non è un crimine, è un’arte di vivere!
14/07/1474Elections au conseil du Duché de Savoie : SAVOIE recueille la majorité absolue des sièges
PARIS (AAP) - La liste Unité pour la Savoie est arrivée en tête lors de l'élection au conseil de Duché de Savoie, et obtient la majorité absolue des sièges. Elle pourra donc gouverner seule.
Répartition des suffrages exprimés :
1. "Unité pour la Savoie" (SAVOIE) : 100%
La répartition des sièges au scrutin à la proportionnelle conduit à une nouvelle répartition des postes du conseil :
Les membres du conseil reconnaîtront le prochain Duc d'ici à deux jours. Ce dernier devra alors présenter ses hommages à son souverain, et nommer aux principales charges du Duché.